Estate

Il sole si specchia e si confonde nel bianco del libro. Batte il suo tremendo sulla spiaggia ardente.
Il mare canta la sua eterna nenia, assonnato e placido. Alieni pacchiani invadono la spiaggia, ma un bambino incurante gioca scavando la sabbia. La gioia dell’istinto.  
Al bar tribù di ragazzi carichi pieni di energia.  Sulla spiaggia gli amori si intrecciano come ciuffi di alghe straccate dal mare.
Un vecchio sta immobile al sole e anziane signore chiacchierano.
Ci guardano i monti martiri del marmo. Osservano il mare, accarezzano il cielo.
Come ombre passano i figli sfortunati di questo mondo ingiusto. Coloro che nacquero dal lato sbagliato d’un confine o d’un sistema.
La brezza culla i miei pensieri mentre io, spettatore distratto, scruto una nuvola altissima. Sembra non dover mutare mai, come una pennellata nel cielo. Invece è effimera come l’attimo che chiamiamo felicità.

29/06/2009

Fu un lampo nella notte, un istante che cambiò il destino. L’aria si fece rossa, e le nuvole bruciarono a lungo. Tanfo di fuliggine, pianto di sirene. Il drago consumava il suo orrido pasto. Come riuscì a ingoiare così tante vite in così poco tempo?

La notte era nera come una tomba, senza stelle a consolare Viareggio. Un fumo denso e spesso nascondeva il cielo.

-Cosa è stato?-
-Hai sentito?-
-Guarda là!-
-Ma che succede?!-

Elicotteri, uomini catarifrangenti.
-Tornate a casa subito, e non uscite! –
-Da qui non si può passare: c’è stato un grave incidente.-
Tu chiamalo incidente! Le notizie si inseguono, rotolano come pietre dalla montagna. Acquistano forza, crescono di pari passo al numero dei morti. Qualcuno non si trova più. Vapore, cenere, come chi passa per il crematorio.

C’era un cancello di ferro, lungo i binari. Un grande, robusto cancello, per molti metri nel muro della ferrovia. In parte si è fuso.

-La linea è interrotta, un treno è deragliato.-

Le case bruciano e, con esse, i loro abitanti.
Le preghiere si alternano al pianto. In molte lingue, uomini piccoli come bambini chiamano Dio, implorano Allah.
Ci dev’essere fila stasera alle porte del Paradiso. Penso che i bimbi entreranno per primi. Forse dormono ancora, se la morte è stata delicata nel prenderli in braccio.

-Il ponte è distrutto. –
-Ricordi quando andavamo lì a bere birra e guardare i treni che passano?-
-Non esiste più, è bruciato-
-Ma era di cemento armato!-

Nessuno dormì. La tv ci raccontava da Roma, da Milano, da Londra, cosa stava accadendo a 500 metri da noi.

Il giorno dopo i muri erano neri, le strade deserte. Bombardate.
Ricordo che c’erano platani, pini e case modeste, arroccate sui binari, che quasi potevi toccare i treni. C’era la vita, che scorreva come sabbia tra le dita.
In un attimo tutto scomparve.

Fu un lampo nella notte, un istante che cambiò il destino.

[Lucca, 28/06/2019. In memoria delle vittime della Strage di Viareggio.]

Settembre viareggino

Le foglie gialle formano un tappeto che rende meno cupa la terra nera della pineta, odorosa di muschio e resina con un vago sentore di funghi.
L’aria piacevolmente fresca rende agevole il passeggiare lento.
E’ la sensazione cercata invano negli afosi pomeriggi dell’estate appena trascorsa, quando quelle stesse fronde non riuscivano a mantenere l’implicita promessa di una agognata frescura.
Ora seduto gusto questo momento di benessere, ma il timido sole che si fa largo tra la vegetazione riporta la mente alla perduta libertà estiva riempiendo il cuore di amara nostalgia.
Lo scorrere inevitabile del tempo fa sperimentare la precarietà della vita e apre a nuovi orizzonti di senso.

di Giovanni Levantini

Miriordo (un amarcord di provincia) – Parte 2: Tra la via Aurelia e il West

La linea d’ombra: la nebbia che io vedo a me davanti… Per la prima volta nella vita mia mi trovo… A saper quello che lascio e a non saper immaginar quello che trovo” [1]

Dopo l’alba radiosa della mia infanzia felice si affacciarono le prime nuvole della preadolescenza.
Avevo ricevuto un’educazione classica e piuttosto rigida, una buona formazione religiosa e una robusta spinta intellettuale. Tutte cose molto positive, delle quali oggi ringrazio la mia famiglia, ma che dagli 11 anni in su, uniti alla mia indole riflessiva e sensibile, contribuirono a rendermi un ragazzino un po’ sfigato. Inoltre non avevo mai praticato sport, pertanto ero impacciato rispetto ai miei coetanei fighi che da anni facevano calcio.

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Miriordo (un amarcord di provincia) – Parte 1: Ode alla mia famiglia

Quando ero piccolo mi innamoravo di tutto… correvo dietro ai cani…” [1]

L’immenso Fabrizio De André è stato sicuramente uno dei più grandi poeti italiani del ‘900, e infatti non molti avrebbero potuto descrivere così bene la mia spensierata infanzia di provincia. Con poche parole, senza neppure conoscermi e, per di più, anni prima che nascessi.

Davvero mi innamoravo di tutto, perché ero un bambino curioso e felice. Già cresceva in me quella passione che mi avrebbe portato a diventare uno scienziato, e uno scrittore. Due cose solo apparentemente lontane, ma in realtà più simili di quanto non si pensi. Infatti mentre nei miei lunghi studi di chimica ho imparato a capire la materia, scrivendo imparo adesso a capire la mia anima. È la stessa curiosità che mi spinge.

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La mia pineta

La pineta fatata
mi si stendeva davanti
con i suoi alberi antichi,
i suoi riflessi acquosi
pieni di rane e di falaschi,
con la sua ombra fresca e immensa.

Vi entravo con rispetto assoluto
per ritrovare la mia anima
in quel bosco senza tempo.

Lì perdevo ogni senso,
nel vortice infinito di verde.

Mi facevo bosco io stesso
e tutto era in pace. 

 
POESIA VINCITRICE DEL TERZO PREMIO AL CONCORSO SCRITTURE DA STRADA – III ED. 2018