La casa è crollata

Avrei senza dubbio dovuto fare lo psicologo. Non solo perché mi sarebbe piaciuto un mestiere di questo tipo, ma anche perché avrei dovuto saperlo che i bambini degli anni ’90, trenta-quarantenni di oggi, sarebbero stati tutti potenziali ottimi clienti. Nevrotici dalla vita incasinata. Lo so bene io, cresciuto in quegli anni.

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Il bisogno di partire

Seguo con lo sguardo il volo di un gabbiano. Nel suo ampio volteggiare nel sole mattutino, il suo piumaggio assume sfumature dorate, a seconda dell’inclinazione del suo corpo. Mi dà un gran senso di tranquillità, mi sembra di essere accarezzato da quello stesso vento che lo trasporta con delicatezza.

Sono chiuso nel mio ufficio, ma vorrei essere fuori, libero nel vento. Un istinto mi scuote con potenza: il bisogno di partire. Ho bisogno delle grandi distanze, ho necessità di riempire i miei occhi con spazi sconosciuti. Voglio sentirmi lontano, sotto un nuovo cielo, sopra una terra che non sa chi sono.

Non so che cosa mi spinga così fortemente a cercare qualcosa di nuovo per sua natura. Chissà se questo è ciò che provarono Marco Polo, Colombo, Magellano. Chissà se esso è in realtà un istinto universale, che alcuni hanno avuto il coraggio di perseguire con costanza.

Non sento vuoti da colmare, non ho disagi dai quali fuggire. È piuttosto una fame di conoscenza, una sete d’avventura. Si tratta d’un bisogno primario, il mio richiamo della foresta. L’essere umano, come l’acqua, si mantiene vivo in movimento. Non siamo nati con le radici, ma col sogno del volo in fondo ai nostri occhi.

[Lucca, 24/04/2020]

A perdifiato

E’ difficile concentrarmi 
impossibile sognare 
al mattino non so trovare 
un motivo per alzarmi 
Com’era essere amato? 
Ormai l’ho dimenticato

Rit.:
Ma tu sei la canzone 
che canto a perdifiato 
In mezzo a mille persone
il più bel luogo dove sono stato
Il vento che porta via tutto
E sferza il mio deserto 
Perché ero debole e distrutto
Ma ora sono mare aperto

La notte non riesco dormire 
sarà questa insicurezza 
che mi impedisce di uscire 
la mia inadeguatezza
Fanno male le luci spente 
Fa male questo senso di niente 

Rit.

Quante volte volevo morire 
Per dimenticarmi di lei 
Quanti giorni per guarire 
Quante cose che vorrei 
Prima tutto mi sembrava finito 
e invece adesso canto a perdifiato

Rit. (x2)

Settembre viareggino

Le foglie gialle formano un tappeto che rende meno cupa la terra nera della pineta, odorosa di muschio e resina con un vago sentore di funghi.
L’aria piacevolmente fresca rende agevole il passeggiare lento.
E’ la sensazione cercata invano negli afosi pomeriggi dell’estate appena trascorsa, quando quelle stesse fronde non riuscivano a mantenere l’implicita promessa di una agognata frescura.
Ora seduto gusto questo momento di benessere, ma il timido sole che si fa largo tra la vegetazione riporta la mente alla perduta libertà estiva riempiendo il cuore di amara nostalgia.
Lo scorrere inevitabile del tempo fa sperimentare la precarietà della vita e apre a nuovi orizzonti di senso.

di Giovanni Levantini

Canzone Noir

La notte ha smesso di urlare
Fugge una luna di fumo
Lentamente mi consumo
In questo buio non so nuotare

Rit.:
Colpiscimi
notte
Rubami la vita
Ormai è finita
Sono solo ossa rotte

Tra gli inferi dei bar [1] tu muori
Non sono in cielo le stelle
Cadono dagli occhi sulla pelle
Bruciano dentro come liquori

Rit.

Tagliami la gola: è tutto ciò che ho [2]
Sono rimasto solo tra le ombre
In queste strade come tombe
Domani non mi sveglierò

Rit.

E il sole ora arresta la notte
La terrà al fresco per un po’
Ma io il giorno non rivedrò
Addormentato dalle sue botte

Rit.

[1] Vinicio Capossela, Che coss’è l’amor, 1994, dall’album Camera a sud
[2] Red Hot Chili Peppers, Otherside, 1999, dall’album Californication

TESTO SELEZIONATO PER LA PARTECIPAZIONE AL TOUR MUSIC FEST XI ED. – 2018

Vento estivo

Era finalmente arrivato il vento estivo, con tutta la sua fresca carica di vita, di speranza, di novità.

Se ne erano accorti per primi le sterne e i puffin, che volavano con rinnovata energia verso il mare. Con i loro urli acuti sembravano volerne dare a tutti l’annuncio.
La spiaggia non dormiva più sotto la neve e presto si sarebbe coperta di verde fin dove le piante avessero avuto forza di spingersi, fin dove il mare salato non si fosse imposto.
Era difficile da credere che quella spiaggia artica sarebbe diventata una distesa rigogliosa di fiori. Quella nera sabbia vulcanica, dalla quale navigatori e balenieri partirono per perdersi in fondo al mare gelido sarebbe diventata un’oasi gentile. Continua a leggere “Vento estivo”