Il buio

Forse sto impazzendo, probabilmente è così. Eppure li sento, quei maledetti occhi su di me. Li percepisco nel buio, che mi scrutano. Mi seguono, seguono ogni mio movimento, ogni respiro, ogni battito di cuore.  

Ogni mio senso si protende a cercare di cogliere un fruscio, di vedere un’ombra. Ma questa oscurità è così nera che sembra non debba finire mai.  

C’è qualcuno, o qualcosa. Lo so. C’è sempre: il buio sembra vuoto, ma non lo è, ed io riesco a sentire le sue propaggini avvicinarsi, sfiorarmi. Avverto il suo fiato gelido ansimare sul mio collo. Non posso fare niente, eppure ogni cellula del mio corpo è pronta alla fuga, in una tensione costante. Ma so che non posso fuggire: sono già nello stomaco del mostro. Non ho scampo.  

Mi guardo intorno, osservo l’oscurità. Le mille piccole lucine che la mia retina e i miei neuroni creano contro il sipario nero che mi sta davanti. Immagino, immagino, e immagino ancora. Il mio cervello è in un vortice, bloccato in un climax di emozioni che dall’ansia salgono fino al terrore, come un ascensore in un hotel stregato. Il battito aumenta, le orecchie si chiudono. C’è un fischio di sottofondo adesso. È la pressione delle mie vene che stanno per scoppiare o sono loro che vengono a prendermi?  

Mi pare adesso di avvertire anche una voce, indefinita, in lontananza. Anzi, sono molte. È un bisbiglio continuo e sinistro che risale come da un altro mondo. Che siano quegli occhi che finalmente si palesano?  

Tutto tace per un istante, ed io avverto distintamente il mio cuore. Tum tum tum. Penso che stia battendo troppo rumorosamente, temo che possa attirare sempre più quegli occhi su di me. Di nuovo scricchiolii e fruscii. Il buio sembra fermo, ma so che si muove. Esseri spaventosi si nascondono nel suo mantello. Cosa sono? Che vogliono? Andate via!  

Mi rannicchio, accovacciato in un angolo. Impotente, spaventato, sconfitto. In attesa che accada ciò che deve accadere, che i tentacoli mi afferrino, che la lama affondi nel mio collo o che il fantasma mi mostri il suo volto di cadavere. Me ne resto lì, fermo in una stanza vuota, al buio. Con le ginocchia sotto il collo come un bambino, e la notte che scorre fuori dalla finestra, e nell’orologio impietoso.  

È strano come l’ambiente che ci circonda non sia che uno specchio della nostra interiorità, nel quale proiettiamo le nostre emozioni, i nostri ricordi. E così, un mare in tempesta è orrendo e spaventoso per qualcuno, mentre è follemente poetico per qualcun altro.  

Il buio. Questo è davvero il più terribile di tutti gli specchi, perché in quel nero senza forme, riusciamo a vedere più nitidamente noi stessi. E, certe volte, è pieno di occhi che ci scrutano e di mostri che ci cercano.  

La morte sospesa

Aprii gli occhi lentamente. Era uno sforzo al limite delle mie capacità. Il soffitto di giunchi non voleva restar fermo, roteando in quel brodo caldo e appiccicoso di voci, lamenti, agonie che si nascondevano nella penombra.

La dolcezza del sonno, che per un istante m’aveva sottratto a quell’inferno, era già passata. Il mio povero corpo riprendeva a lamentarsi. Chiusi gli occhi nuovamente mentre la testa vibrava e rimbombava come se qualcuno la prendesse a calci attraverso un casco. Potevo percepire il sudore che mi avvolgeva completamente.

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Il bosco

Si svegliò di soprassalto per il rumore di un tuono. Il cuore gli batteva forte, gli occhi frugavano il buio. Un rumore di pioggia battente risuonava nella notte. Piano piano la casa assunse le sue forme consuete, il ritmo cardiaco i suoi giusti tempi.

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Il demone

Mi ero ripromesso di iniziare a vedere quella serie tv di cui parlano tutti. Ormai sono mesi che ho le puntate salvate sul pc, ma non mi ci sono mai messo.

Sei sempre il solito, John, inizi le cose e poi non le finisci. Guardi sempre avanti, sì. Ma senza guardare dove metti i piedi e così finisci nel burrone. Stupido! È questo che ti mette ansia.

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Lucca non cadrà!

[NOTA: Questo racconto è basato su eventi storici realmente accaduti, romanzati per riadattarli alle vicende personali dei protagonisti, che sono frutto di fantasia.]

Tutto era calmo e silenzioso, racchiuso nella cappa gelida e spettrale che avvolgeva Lucca come un mantello di nebbia nella fredda notte novembrina. La ronda percorreva il suo cammino, apparendo e scomparendo come un’ombra nella foschia.

Jacopo si scaldava davanti al grande camino della Caserma di San Martino. Era un bel giovane: capelli neri, sguardo profondo e fisico slanciato, l’orgoglio di sua madre Elisa e di tutta la famiglia Martinelli. Un figlio soldato delle mura, custode della Repubblica, sempre più stretta tra l’ingordigia di Firenze e l’aggressività di Parma, un vero uomo d’armi,  al servizio del Consiglio degli Anziani, come i cavalieri delle antiche leggende.

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L’attesa

Era una calda sera di luglio e il vento gentile, profumato di mare, accarezzava il viso di Gennaro, nascosto tra le grandi piante sotto la veranda della villa. Il silenzio della campagna era disturbato solo dall’eco del traffico in lontananza, sulla litoranea, e dal canto ossessivo di una tortora.

Gennaro sudava, immobile, con i muscoli tesi e il cuore impazzito. La sua calma apparente era tradita solo dai suoi grandi occhi scuri di bambino, sgranati nel buio. Guardò l’orologio abbassando leggermente lo sguardo e inclinando il polso, mentre cercava di restare fermo: le 21.30.

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Ghosting

L’auto percorreva tristemente le strade vuote di una città che sembrava estranea. Marta guidava distrattamente, la mente intrappolata in una scatola di dolore dalla quale non sapeva come e quando sarebbe uscita.

Una lacrima lentamente rigava la sua faccia. La stessa che pochi giorni prima lui accarezzava con le sue mani grandi e forti.

Non poteva credere che tutto fosse finito così, all’improvviso. Nessuna spiegazione. Nessun addio. L’aveva lasciata sospesa. Gettata, semplicemente, come un vestito logoro, come un oggetto inutile. Continua a leggere “Ghosting”

Controllo

Il volante dava un’idea di leggerezza e resistenza che ben rappresentava la macchina, pensava Adam, stringendolo saldamente mentre l’auto correva all’alba sull’autobahn deserta. Il motore rombava a gran voce, mostrando al mondo la sua potenza, come un leone che ruggisce nella savana.

Era tutta una questione di controllo: il pilota era l’auto e l’auto era il pilota. Nessuna interruzione tra i due corpi, uniti in quell’orgasmo di energia e velocità. Un’intesa perfetta.
Per Adam, ingegnere meccanico di un’azienda automobilistica, il controllo era tutto e tutto era sotto controllo. Ciò che a un occhio inesperto sembrava casuale, lui lo poteva facilmente ingabbiare in algoritmi. Poteva ad esempio prevedere il numero di pezzi difettosi usciti dalla catena di montaggio, così da individuarli ed eliminarli, poteva studiare le tolleranze necessarie ad annullare la variabilità di processo, poteva predire quando sarebbe stata necessaria una manutenzione. Benedetta statistica!

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