Incubus

Mi trovo avvolto dal buio, il nero è l’unico colore del paesaggio nel quale sono immerso. Eppure, riesco a distinguere gli orribili contorni delle cose. Galleggio su una specie di torrente che scende ripido e vorticoso attraverso un canyon stretto di rocce affilate, impossibile da risalire.

Non riesco a muovermi, non so come sono arrivato qui. Non ricordo. Sento il mio corpo inerme seguire la corrente fredda e veloce, giù, sempre più lontano.

Davanti a me una grotta. Si avvicina, inesorabile mano a mano che il fiume avanza. Non riesco a vedere il suo interno, intuisco solo che sprofonda velocemente. Vedo quest’acqua nera più della notte che mi seppellisce, schiumare all’ingresso dell’inghiottitoio. Mi pare si schianti su rocce aguzze prima di precipitare, che come denti sul contorno dell’antro. L’aria è ferma, ovattata. Si riempie di acqua nebulizzata mentre la grotta si avvicina. Sento la pesantezza del vapore penetrare il mio respiro. Riempie i miei polmoni, già spezzati dall’angoscia.

I muscoli non obbediscono alla mia volontà, restano immobili come queste pareti che mi osservano scivolare. Per quanto mi sforzi, non riesco a ottenere che minimi movimenti, che mi sfiancano.

Il ruggito della cascata si fa sempre più minaccioso. Lo ascolto, sembra rimbombare. Sembra essere accompagnato da un’eco proveniente da chissà dove. La mia mente si ferma su quel rumore. La mia mente mi gioca adesso brutti scherzi. Mi pare non un solo boato d’acqua, ma le voci d’una moltitudine di esseri che si dibattono nel buio. Quest’idea mi atterrisce. Mi sembra di vederli. Mi pare siano dappertutto. Esseri scheletrici, che si muovono tra le rocce. Veloci, come insetti.

Cerco con tutte le mie forze di oppormi alla corrente, ma continuo a rimanere fermo. La grotta ormai mi sovrasta. È immensa, è mostruosa. L’acqua si piega verso il basso. Ansia.

Ansia. Questo è alla fine ciò che mi circonda, ciò che mi inghiotte. Al di là delle forme, delle impressioni.

Terribile nella sua semplicità. Come la nera oscurità.

Canzone Noir

La notte ha smesso di urlare
Fugge una luna di fumo
Lentamente mi consumo
In questo buio non so nuotare

Rit.:
Colpiscimi
notte
Rubami la vita
Ormai è finita
Sono solo ossa rotte

Tra gli inferi dei bar [1] tu muori
Non sono in cielo le stelle
Cadono dagli occhi sulla pelle
Bruciano dentro come liquori

Rit.

Tagliami la gola: è tutto ciò che ho [2]
Sono rimasto solo tra le ombre
In queste strade come tombe
Domani non mi sveglierò

Rit.

E il sole ora arresta la notte
La terrà al fresco per un po’
Ma io il giorno non rivedrò
Addormentato dalle sue botte

Rit.

[1] Vinicio Capossela, Che coss’è l’amor, 1994, dall’album Camera a sud
[2] Red Hot Chili Peppers, Otherside, 1999, dall’album Californication

TESTO SELEZIONATO PER LA PARTECIPAZIONE AL TOUR MUSIC FEST XI ED. – 2018

Discoteca

La musica permeava tutto, con una forza tale da far quasi male. Le potenti vibrazioni dei bassi attraversavano quel mare ondeggiante di corpi. Le luci strobo davano l’impressione che tutto accadesse al rallentatore, mentre tutto correva velocissimo. Luce e buio in rapidissima successione.

La discoteca era l’universo, non esisteva nient’altro. Il buio del locale era la notte che copriva i suoi abitanti, le luci appese al soffitto erano le stelle.
Un mondo a sé, primitivo, selvaggio. Un mondo che seguiva leggi basilari, senza alcuna sovrastruttura. Il gioco della seduzione, l’istinto dell’accoppiamento. Esemplari intenti a mettere in mostra i propri fenotipi. Ormoni.

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