Wanderlust

Pedalavo più in fretta che potevo, per spingermi più lontano e scoprire ancora e ancora. Avevo 14 anni e il mio breve pomeriggio primaverile stava per terminare: non c’era tempo da perdere, presto sarei dovuto tornare indietro e rincasare prima dell’ora di cena.

Il pallido sole di aprile aveva invaso casa come un maremoto, travolgendo ogni cosa, portando via ogni residuo d’inverno. A questo punto dell’anno provavo una potente sensazione di risveglio, come dopo un lungo letargo. Sentivo una nuova energia, sarei voluto andare in capo al mondo, scoprire il profumo di paesi nuovi, il suono di lingue sconosciute. Desideravo così fortemente partire, abbandonare all’istante ogni cosa e ogni luogo che familiare: era un impeto implacabile, viscerale, un’ossessione più che un desiderio. Avevo sete di meraviglie, fame di novità. Sperimentavo una sensazione netta e al tempo stesso indescrivibile, il cui nome avrei scoperto solo molti anni dopo. Wanderlust.

Mi sono spesso interrogato sul perché di questa mia passione del viaggiare arrivando alla conclusione che il merito, ancora una volta, fosse della mia famiglia. Infatti ebbi questo grande dono dai miei genitori che quando ero piccolo riuscirono a trasmettermi un genuino senso di curiosità, gusto e un piacere dell’esplorazione, che mi accompagnano tuttora. Non era necessario fare grandi viaggi: bastava andare al paese vicino per una passeggiata, o sulla collina subito fuori città, e subito avevo l’impressione di aver conquistato un nuovo pezzo di mondo. Perché ciò che davvero fa un viaggio, non è il panorama ma lo sguardo del viaggiatore.

Ricordo quei magici momenti: mia madre che si godeva un raro momento di relax e mio padre mi spiegava e mi insegnava ogni cosa. Quella felicità fanciullesca è la stessa che provo oggi quando m’accarezza la luce d’un sole sconosciuto.
Mi rivedo un giorno lontano divenuto infine come mio nonno, con l’anima carica di vita e d’esperienza, a raccontare dei miei viaggi ai miei nipoti. Donandoglieli, facendo loro vivere, come in un romanzo, tempi e luoghi lontanissimi.

E davvero non riesco a capire chi non prova questo stimolo vitale, di prendere e partire e lasciare tutto. Come fanno a ritrovare se stessi se non lasciano ogni appiglio, se non si gettano nel mare aperto di notte?

Sia ben chiaro, non parlo di turismo commerciale, quello delle catene alberghiere, dei fast food e dei villaggi turistici. Quello non serve a perdersi, ma semplicemente a distrarsi: si caricano le valigie delle nostre certezze, ben attenti a ricordarsi di prendere tutte le nostre maschere, affinché l’anima non ci resti scoperta. Si porta semplicemente tutto il nostro mondo in un altro luogo. Un piacevole intrattenimento, che non insegna nulla.

Credo invece che sia necessario partire con la mente nuda e rivestirla di realtà diverse. Credo negli spostamenti lenti, nell’osservare la gente, nel fare domande senza mai giudicare, senza mai fare paragoni. Credo nel mangiare il cibo del posto, nel percorrere le loro strade, nell’ascoltare una lingua nuova come se fosse una musica mai udita. Credo nello spogliarsi di tutto davanti alla potenza di Madre Natura, nel Sehnsucht che esplode come il tuono e scuote i nostri cuori addormentati, che ci dà la misura di cosa siamo, di come siamo. Credo nella dolce Saudade delle esperienze lontane, che metto in valigia il giorno triste del ritorno, per stivarle come provviste d’inverno e godermele ancora e ancora.

Di questo nobile turismo, del viaggiare romantico di Goethe: di questo non potrei farne a meno. Perché quando il wanderlust mi assale, devo partire: non ho altra scelta.

L’attesa

Era una calda sera di luglio e il vento gentile, profumato di mare, accarezzava il viso di Gennaro, nascosto tra le grandi piante sotto la veranda della villa. Il silenzio della campagna era disturbato solo dall’eco del traffico in lontananza, sulla litoranea, e dal canto ossessivo di una tortora.

Gennaro sudava, immobile, con i muscoli tesi e il cuore impazzito. La sua calma apparente era tradita solo dai suoi grandi occhi scuri di bambino, sgranati nel buio. Guardò l’orologio abbassando leggermente lo sguardo e inclinando il polso, mentre cercava di restare fermo: le 21.30.

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Passaggio

Dalla finestra socchiusa entrava l’aria salata della baia. La mattina era ancora fresca, mossa appena da una brezza gentile, ma già il sole si stiracchiava e avrebbe presto mostrato la sua forza. In lontananza un veliero contro l’orizzonte. Chissà da dove veniva, chissà dove andava.

Theo osservava il mare, come il giorno prima, come sempre. Osservava e sognava, dalla finestra della sua grande camera. La voglia di partire cresceva attorno al suo cuore come un’edera.
Il mare era grande, era infinito e magnifico e terribile. Era tutto ciò che un ragazzo poteva volere: scoperta, avventura, lotta. Era la risposta alle domande che non riusciva a formulare, era l’unico modo di perdersi per potersi ritrovare. L’iniziazione. Il rito di passaggio che tutte le società in tutti i tempi usano per sancire il termine dell’infanzia e l’inizio dell’età adulta.

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Miriordo (un amarcord di provincia) – Parte 1: Ode alla mia famiglia

Quando ero piccolo mi innamoravo di tutto… correvo dietro ai cani…” [1]

L’immenso Fabrizio De André è stato sicuramente uno dei più grandi poeti italiani del ‘900, e infatti non molti avrebbero potuto descrivere così bene la mia spensierata infanzia di provincia. Con poche parole, senza neppure conoscermi e, per di più, anni prima che nascessi.

Davvero mi innamoravo di tutto, perché ero un bambino curioso e felice. Già cresceva in me quella passione che mi avrebbe portato a diventare uno scienziato, e uno scrittore. Due cose solo apparentemente lontane, ma in realtà più simili di quanto non si pensi. Infatti mentre nei miei lunghi studi di chimica ho imparato a capire la materia, scrivendo imparo adesso a capire la mia anima. È la stessa curiosità che mi spinge.

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