Il mio amico Inaco

Le parole solenni e formali del vicesindaco, vestito per l’occasione con un abito scuro, riecheggiavano sui presenti, per poi disperdersi nella fresca aria mattutina della darsena. Era aprile, il 14 per la precisione, una lieve brezza di terra, odorosa di resina e corteccia, giungeva frizzante dalla pineta. Il canale e la darsena antica, invece, odoravano di nafta e olio pesante, prodotti feroci della moderna meccanica. I cantieri aggiungevano a questa schiera di odori il rumore del lavoro degli operai che facevano gridare l’acciaio e ruggire le saldatrici ossiacetileniche. Gli stessi “darsenotti”, anche se non più le stesse facce, a cui Inaco dedicò un così onorevole posto nella sua produzione o, per meglio dire, passione. Intanto passava la solita fila di macchine sull’asfalto freddo. Le strade avevano lo stesso rumore di sempre. Tutto lì intorno sembrava normale. In una di quelle auto un bambino guardava fuori dal vetro del finestrino e chiedeva: “Papà, che fa quella gente?”.

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