Fantasmi

Io dormo con i fantasmi.

Qualche volta hanno la forme delle mie paure. Sono indefiniti come i dubbi, scuri come le ansie. Certe notti mi guardano affinché io possa scorgere nei loro occhi il riflesso dei miei, fin nel profondo dell’anima.

Talvolta hanno invece le sagome gentili di ciò che è stato. Mi prendono per mano e mi accompagnano su strade già percorse. Vengono perché veda dove sono infisse le mie radici e giudichi se mi sono slanciato dal suolo. Vogliono sapere se ricordo ancora il filo che ci unì. Se si è sbiadita la cicatrice di quando si spezzò.

Certi altri hanno l’aspetto di ciò che sarebbe potuto essere. Sembrano chiedermi senza pace perché chiusi quelle porte. Se ne valse la pena. Mi ricordano di come le possibilità si riducano mentre la sabbia scorre nella clessidra.

Io dormo con i fantasmi. Ma non li temo, non più. Anzi, ho imparato a parlarci, ad amarli perfino. Perché mi ricordano dov’ero e mi fanno pensare a dove sto andando.


Forse tutti quanti abbiamo il nostro esercito personale di fantasmi. Magari è per questo che la maggior parte della gente riempie le sue giornate di rumore: per non sentire ciò che essi avrebbero da dire.


Perché niente è peggio di non sapere che rispondere quando i propri fantasmi arrivano.

La casa è crollata

Avrei senza dubbio dovuto fare lo psicologo. Non solo perché mi sarebbe piaciuto un mestiere di questo tipo, ma anche perché avrei dovuto saperlo che i bambini degli anni ’90, trenta-quarantenni di oggi, sarebbero stati tutti potenziali ottimi clienti. Nevrotici dalla vita incasinata. Lo so bene io, cresciuto in quegli anni.

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Il demone

Mi ero ripromesso di iniziare a vedere quella serie tv di cui parlano tutti. Ormai sono mesi che ho le puntate salvate sul pc, ma non mi ci sono mai messo.

Sei sempre il solito, John, inizi le cose e poi non le finisci. Guardi sempre avanti, sì. Ma senza guardare dove metti i piedi e così finisci nel burrone. Stupido! È questo che ti mette ansia.

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Una settimana prima dei 30

Sono nato al Tabarracci, un ospedale che non esiste più. Sui mappamondi c’erano l’URSS e la Jugoslavia. Ho assistito al passaggio tra Prima e Seconda Repubblica, la fuga di Craxi, la discesa in campo di Berlusconi, la Lega, Mani Pulite, la Stagione delle Stragi e l’arresto di Riina. Ho seguito in diretta le guerre in Kosovo e in Cecenia, le due Guerre del Golfo, e il massacro in Ruanda. Ho visto la CEE trasformarsi in UE e la Lira diventare Euro. Ho ascoltato Giovanni Paolo II, Madre Teresa di Calcutta, la principessa Diana e Fabrizio De André. Mi sono stupito del susseguirsi di PC, portatili, agende elettroniche, palmari, cellulari, tablet, schermi piatti e fotocamere digitali. Ero presente all’arrivo di compagnie aeree low cost, dei navigatori, dei treni ad alta velocità e delle auto a metano. Ho usato i telefoni con la rotella, i mangiadischi e poi i mangianastri, i walkman, i lettori cd portatili, le tv a tubo catodico, irullini fotografici e internet a 56 KB . Ho guidato la Fiat Uno: prima la CS e poi la Fire, la vecchia Tipo e il Malaguti Phantom. Ho bevuto la cioccolata Sprint, ho mangiato le Girelle e i Polaretti. Ho indossato: pantaloni corti e cappello “alla pescatora”, pantaloni a coste larghe col cavallo basso e la felpa legata in vita; portafogli con la catena e camicia fuori dai pantaloni. Ho giocato con le biglie di vetro e con quelle da spiaggia, con i ciclisti dentro. Ho collezionato i Ciuccini, i Combattini, le Magic, i Pog. Ho avuto una stuoia da mare in paglia e un parasole da auto in cartone pieghevole, una stufa a carbone e una a kerosene. Ho fumato dentro i pub, ho imparato a mangiare kebab e sushi. Ho riso con Bud Spencer e Fantozzi, ho seguito Dawson’s Creek, Mazinga, i Cavalieri dello Zodiaco, Ken Il Guerriero e Ranma 1/2. Ho ascoltato gli 883, Lene Marlin, i Blink 182, i Red Hot Chili Peppers e i Placebo.

Ho visto cambiare tutto, ho attraversato un mondo che in parte non esiste più. Durante il viaggio ho perso delle persone care, ho incontrato tanta gente, ho conosciuto l’amore e il dolore, ho pianto forte e ho riso rumorosamente, ho cambiato tante volte idea. Adesso che un ciclo si chiude, ho la tristezza e la speranza di chi lascia il suo paese.
Come costruirò la strada che mi è dato ancora di percorrere?

[Viareggio, 2 aprile 2015]

Inshallah

Era una calda giornata di primavera, di quelle che fanno ribollire le strade a mezzogiorno e riempono il vento di profumo di fiori. La campanella suonò e le maestre ci fecero mettere in fila, ordinatamente, a due a due: prima le femmine e poi i maschi.

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Ode alle crisi

Basta un soffio di vento per spazzare via le nubi e torna a splendere il sole

Invecchiando, la pelle diventa più dura, più ruvida. Il tempo la segna. E la stessa cosa la fa col cuore.

Tutte le esperienze della vita, positive o negative, lasciano qualcosa. Un piccolo segno. Ogni momento vissuto, ogni persona incontrata, ogni risata, ogni pianto. Tutto. E se si vuole, si può anche imparare qualcosa guardando quelle macchie del cuore. Soprattutto da quelle brutte, che hanno fatto più male, perché sono quelle che ci hanno spinto di più a pensare. Continua a leggere “Ode alle crisi”

Risveglio

La luce cominciava ad espandersi nell’aria, allungando le ombre, attraversando le mie palpebre chiuse, rivolte verso il cielo. Gli uccellini cantavano incessantemente. Creature fastidiose e irrispettose! Perché la loro giornata iniziava così presto? Perché volevano comunicarlo per forza al mondo intero? Il freddo della notte sembrava entrato fino alle ossa, faceva contrarre gli addominali e rimbombare il cervello. La rugiada era un gelido, umido tappeto che soffocava ogni cosa. Il mal di testa era come una morsa che stritolava il mio cranio. Un altro risveglio difficile.

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