Miriordo (un amarcord di provincia) – Parte 2: Tra la via Aurelia e il West

La linea d’ombra: la nebbia che io vedo a me davanti… Per la prima volta nella vita mia mi trovo… A saper quello che lascio e a non saper immaginar quello che trovo” [1]

Dopo l’alba radiosa della mia infanzia felice si affacciarono le prime nuvole della preadolescenza.
Avevo ricevuto un’educazione classica e piuttosto rigida, una buona formazione religiosa e una robusta spinta intellettuale. Tutte cose molto positive, delle quali oggi ringrazio la mia famiglia, ma che dagli 11 anni in su, uniti alla mia indole riflessiva e sensibile, contribuirono a rendermi un ragazzino un po’ sfigato. Inoltre non avevo mai praticato sport, pertanto ero impacciato rispetto ai miei coetanei fighi che da anni facevano calcio.

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Discoteca

La musica permeava tutto, con una forza tale da far quasi male. Le potenti vibrazioni dei bassi attraversavano quel mare ondeggiante di corpi. Le luci strobo davano l’impressione che tutto accadesse al rallentatore, mentre tutto correva velocissimo. Luce e buio in rapidissima successione.

La discoteca era l’universo, non esisteva nient’altro. Il buio del locale era la notte che copriva i suoi abitanti, le luci appese al soffitto erano le stelle.
Un mondo a sé, primitivo, selvaggio. Un mondo che seguiva leggi basilari, senza alcuna sovrastruttura. Il gioco della seduzione, l’istinto dell’accoppiamento. Esemplari intenti a mettere in mostra i propri fenotipi. Ormoni.

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