Estate

Il sole si specchia e si confonde nel bianco del libro. Batte il suo tremendo sulla spiaggia ardente.
Il mare canta la sua eterna nenia, assonnato e placido. Alieni pacchiani invadono la spiaggia, ma un bambino incurante gioca scavando la sabbia. La gioia dell’istinto.  
Al bar tribù di ragazzi carichi pieni di energia.  Sulla spiaggia gli amori si intrecciano come ciuffi di alghe straccate dal mare.
Un vecchio sta immobile al sole e anziane signore chiacchierano.
Ci guardano i monti martiri del marmo. Osservano il mare, accarezzano il cielo.
Come ombre passano i figli sfortunati di questo mondo ingiusto. Coloro che nacquero dal lato sbagliato d’un confine o d’un sistema.
La brezza culla i miei pensieri mentre io, spettatore distratto, scruto una nuvola altissima. Sembra non dover mutare mai, come una pennellata nel cielo. Invece è effimera come l’attimo che chiamiamo felicità.

A child was born

Il bambino dormiva spossato dopo tanto pianto. La faccina era tutta rossa, ancora imbronciata, con gli occhietti chiusi stretti stretti in un sonno profondo. Era tutto avvolto in una coperta, con una manina che spuntava fuori, chiusa in un pungo come a difendersi da quel mondo esterno in cui si era improvvisamente trovato. Un piccolo fagottino innocente, stretto al seno della madre. Lei, giovanissima, poco più di una ragazzina. Il volto sconvolto dalla fatica del parto, e tuttavia incredibilmente sereno. Una serenità che solo le madri conoscono, quando per la prima volta stringono a sé le proprie creature.

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L’attesa

Era una calda sera di luglio e il vento gentile, profumato di mare, accarezzava il viso di Gennaro, nascosto tra le grandi piante sotto la veranda della villa. Il silenzio della campagna era disturbato solo dall’eco del traffico in lontananza, sulla litoranea, e dal canto ossessivo di una tortora.

Gennaro sudava, immobile, con i muscoli tesi e il cuore impazzito. La sua calma apparente era tradita solo dai suoi grandi occhi scuri di bambino, sgranati nel buio. Guardò l’orologio abbassando leggermente lo sguardo e inclinando il polso, mentre cercava di restare fermo: le 21.30.

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Miriordo (un amarcord di provincia) – Parte 2: Tra la via Aurelia e il West

La linea d’ombra: la nebbia che io vedo a me davanti… Per la prima volta nella vita mia mi trovo… A saper quello che lascio e a non saper immaginar quello che trovo” [1]

Dopo l’alba radiosa della mia infanzia felice si affacciarono le prime nuvole della preadolescenza.
Avevo ricevuto un’educazione classica e piuttosto rigida, una buona formazione religiosa e una robusta spinta intellettuale. Tutte cose molto positive, delle quali oggi ringrazio la mia famiglia, ma che dagli 11 anni in su, uniti alla mia indole riflessiva e sensibile, contribuirono a rendermi un ragazzino un po’ sfigato. Inoltre non avevo mai praticato sport, pertanto ero impacciato rispetto ai miei coetanei fighi che da anni facevano calcio.

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