Generazione Expat

Francesco non poteva credere a ciò che era appena accaduto. Salì tristemente sull’intercity, rassegnato all’idea di aver sprecato un intero giorno della sua vita. L’aspettavano cinque ore di treno, più mezz’ora di bicicletta dalla stazione a casa, intorno a mezzanotte, salvo probabili ritardi. Da prima dell’alba a notte fonda, questo era stato il suo investimento infruttuoso: dodici ore di viaggio tra andata e ritorno, più quattro passate a correre su e giù per Roma, col pensiero costante di fare tardi.

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La bestia

Arrivai in ufficio trafelato, quasi di corsa: quell’incontro mi aveva riempito di angoscia.

La sera precedente avevo ricevuto in redazione una telefonata anonima che mi aveva in qualche modo colpito. Di solito la segretaria, Betty, non mi passava neppure questo tipo di chiamate perché si trattava generalmente di false informazioni, mitomani, o semplici scherzi. Oppure di qualche vecchia massaia che vorrebbe vedere in prima pagina un articolo sui pericolosi ragazzacci che giocano a pallone vicino al suo prato. 

Quella volta no: l’informatore misterioso sapeva molte cose sul mio conto, così lei, preoccupata, aveva deciso di passarmelo. Mi disse solamente che dovevamo vederci di persona in un caffè del centro, la mattina seguente.

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Sa Pedra Magica

Saverio, come tutte le mattine, aveva attraversato una Milano nebbiosa, non ancora intrappolata dal traffico convulso, ed era arrivato in ufficio di buon’ora, ben prima dei suoi dipendenti.

L’azienda che il padre gli aveva lasciato era la sua vita. In fondo non aveva nient’altro da quando lei se ne era andata. Il suo mondo si era ristretto sempre più, fino a stargli aderente addosso, mentre intorno a sé creava un immenso deserto. Nessun amico, nessun interesse: solo tanta solitudine.

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Lucca non cadrà!

[NOTA: Questo racconto è basato su eventi storici realmente accaduti, romanzati per riadattarli alle vicende personali dei protagonisti, che sono frutto di fantasia.]

Tutto era calmo e silenzioso, racchiuso nella cappa gelida e spettrale che avvolgeva Lucca come un mantello di nebbia nella fredda notte novembrina. La ronda percorreva il suo cammino, apparendo e scomparendo come un’ombra nella foschia.

Jacopo si scaldava davanti al grande camino della Caserma di San Martino. Era un bel giovane: capelli neri, sguardo profondo e fisico slanciato, l’orgoglio di sua madre Elisa e di tutta la famiglia Martinelli. Un figlio soldato delle mura, custode della Repubblica, sempre più stretta tra l’ingordigia di Firenze e l’aggressività di Parma, un vero uomo d’armi,  al servizio del Consiglio degli Anziani, come i cavalieri delle antiche leggende.

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Ikigai – Una storia bohémienne

René si svegliò per il freddo, accorgendosi con grande disappunto di essersi addormentato con la finestra semiaperta.
Si alzò faticosamente dalla sedia, guardò con tristezza il braciere ormai spento e andò a chiuderla, tutto infreddolito.

Gli inverni parigini sono assai rigidi, ma René veniva dal nord ed era abituato a ben di peggio. Come molti altri sognatori bohémien aveva inseguito il suo sogno nella Ville Lumière. Sperava in una vita d’arte, di poesia e d’amore, ma era finito in un freddo sottotetto a combattere con i topi e con la fame.

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Lo Spiraglio

La luce bianca si avvicinava vorticosamente mentre Vittorio volava nel tunnel, come in un sogno. Una sensazione di leggero stupore e ottimismo pervadeva il suo essere, aumentando via via che la luce si faceva più calda e accecante.

Voci confuse si affollarono intorno a lui, sempre più forti e definite, mentre la luce iniziava a calare. Il tunnel perdeva la sua forma, sfocandosi e mutando dapprima in un bianco meno puro e poi in un grigio pallido, il volo si faceva più lento.

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Il mio amico Inaco

Le parole solenni e formali del vicesindaco, vestito per l’occasione con un abito scuro, riecheggiavano sui presenti, per poi disperdersi nella fresca aria mattutina della darsena. Era aprile, il 14 per la precisione, una lieve brezza di terra, odorosa di resina e corteccia, giungeva frizzante dalla pineta. Il canale e la darsena antica, invece, odoravano di nafta e olio pesante, prodotti feroci della moderna meccanica. I cantieri aggiungevano a questa schiera di odori il rumore del lavoro degli operai che facevano gridare l’acciaio e ruggire le saldatrici ossiacetileniche. Gli stessi “darsenotti”, anche se non più le stesse facce, a cui Inaco dedicò un così onorevole posto nella sua produzione o, per meglio dire, passione. Intanto passava la solita fila di macchine sull’asfalto freddo. Le strade avevano lo stesso rumore di sempre. Tutto lì intorno sembrava normale. In una di quelle auto un bambino guardava fuori dal vetro del finestrino e chiedeva: “Papà, che fa quella gente?”.

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