Discoteca

La musica permeava tutto, con una forza tale da far quasi male. Le potenti vibrazioni dei bassi attraversavano quel mare ondeggiante di corpi. Le luci strobo davano l’impressione che tutto accadesse al rallentatore, mentre tutto correva velocissimo. Luce e buio in rapidissima successione.

La discoteca era l’universo, non esisteva nient’altro. Il buio del locale era la notte che copriva i suoi abitanti, le luci appese al soffitto erano le stelle.
Un mondo a sé, primitivo, selvaggio. Un mondo che seguiva leggi basilari, senza alcuna sovrastruttura. Il gioco della seduzione, l’istinto dell’accoppiamento. Esemplari intenti a mettere in mostra i propri fenotipi. Ormoni.

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Il Porto delle Nebbie

Immobile sulla banchina, corde marce, acqua nera. Davanti a me, l’imbarco. Che fare? Orizzonte nebbioso, volo di albatros. Tutt’intorno fantasmi. Il nero si riflette sul nero, il vuoto scruta nel vuoto. Non sento niente, non provo niente, anestetizzato come un drogato. Luna nascosta, notte priva di calore. La barca forse mi offrirà un riparo.

La voglia di viaggiare e la paura di annegare si affrontano come due ubriachi alla locanda. Sarebbe viaggiare o solo fuggire?
Paura di annegare? Forse sono già annegato, forse sono anch’io un fantasma e chi mi incontra vede solo il ricordo di ciò che era. Orribile come questi esseri indefiniti che mi inseguono. Frammenti. Solo frammenti. L’eco di voci che non esistono più.
Mi domando quando arriverà l’alba, mi domando se arriverà mai in quest’angolo dimenticato di mondo, o se invece debba salpare io per trovarla. Non la ricordo più l’alba, c’è solo notte.
Devo lasciare il Porto delle Nebbie. Devo? Forse sto sognando, forse sono i fantasmi che confondono la mia anima.
Forse. Tutto appare sfumato nella nebbia.

[Borgo a Mozzano, 29/03/2017]