Acqua salata

Hernando si fissava le mani, seduto sulla scogliera. Un vento delicato l’accarezzava facendo ondeggiare i suoi capelli e i ciuffi d’erba intorno a lui. L’aria fresca stemperava un po’ il solleone che batteva sulla sua testa come un pugno. Un volo di gabbiani contro il paesaggio accecante del mare dorato. Maestoso. Malinconico.

Non riusciva a guardarle più come prima, non era possibile immaginarle senza sangue ormai. Per quanto le lavasse, le strusciasse, le tormentasse in ogni modo, il sangue di Ramon era ancora lì e ci sarebbe rimasto per sempre, anche se non più visibile.

In un impeto di rabbia si era preso la vita del rivale, perdendo in quello stesso istante anche la sua. Niente, infatti, avrebbe potuto essere come prima. Mai più. Quella notte, alla festa del paese, Hernando era morto.

Gli occhi si riempivano di lacrime calde e brucianti al pensiero dell’anziana madre che ora, sotto il velo scuro, piangeva il figlio fuggiasco, recitando rosari e preghiere per la salvezza almeno della sua anima. L’unica cosa che gli era rimasta. E suo padre, muto di dolore, come una vecchia quercia spaccata dal fulmine, in silenzio accanto a lei, col berretto in mano. E l’amata Anita, sua promessa, gettata sul letto come una camicetta, attonita nel segreto della sua camera buia, al riparo da un paese divenuto ostile. Il dubbio e la vergogna d’una colpa non sua, ma della quale avrebbe portato il peso.

Non avrebbe neppure potuto salutarli: toppo pericoloso, con le guardie che lo cercavano ovunque e i parenti del defunto ad aspettarlo. Non poteva più tornare indietro. L’irreversibilità della sua condizione di fuggiasco lo schiacciò come un’onda sullo scoglio, per un lunghissimo istante d’agonia.

Che fare allora? Se fosse caduto nelle mani della legge o della vendetta, sarebbe morto. Un lampo di follia l’accecò per un istante. Si alzò in piedi e lentamente, con sguardo vuoto, s’avvicinò al bordo della scogliera. Chiuse gli occhi, sognando un volo che l’avrebbe inghiottito, scogli che l’avrebbero divorato. Vertigine e angoscia.

No, non era possibile. Indietreggiò, ricadendo a sedere sull’erba umida. Si sentì intrappolato tra l’impossibilità di cancellare il passato e la scomparsa di ogni futuro. Per sempre in un presente fatto di nascondigli, come un animale selvatico. Questa era la vita che si era scelto in un singolo istante.

Rimase a lungo immobile in una quiete apparente, mentre il suo cuore era in tempesta. Una sensazione di ansia profonda l’attraversò come un fiume in piena, per lasciarlo infine spossato.

Il mare sussurrava sotto di lui, incurante di tanto dolore. Nel suo moto imperturbabile non esprimeva giudizi, non cercava vendetta, non aveva alcun interesse nelle piccole questioni umane. Non sapeva nulla della gelosia, della provocazione, della rissa, del sangue caldo e rosso che dal collo di Ramon marchiava Hernando per sempre. E, anche se avesse saputo, non gli sarebbe importato nulla.

Imbarcarsi: ecco l’unica soluzione. Unirsi a uno dei tanti equipaggi di disperati che partivano senza lasciare niente, senza salutare nessuno. Navigare, fino ai confini estremi del mondo. Giorno dopo giorno, notte dopo notte, sotto il sole altissimo e nella voragine della notte. Incrociare altre anime senza più nome, una barca dopo l’altra, fino a quella di Caronte. Finché la morte, dal fondo oscuro del mare o sotto una luna d’argento non l’avesse riconosciuto.

Forse quell’acqua salata era l’unica che avrebbe potuto lavare le sue mani. Forse, se si fosse lasciato consumare come il legno delle navi, avrebbe potuto trovare pace. E magari perdono, se Dio avesse voluto.

Il bosco

Si svegliò di soprassalto per il rumore di un tuono. Il cuore gli batteva forte, gli occhi frugavano il buio. Un rumore di pioggia battente risuonava nella notte. Piano piano la casa assunse le sue forme consuete, il ritmo cardiaco i suoi giusti tempi.

Sentì sbattere le persiane della finestra della sala, per il forte vento: le aveva dimenticate aperte. Uscì dalle coperte, attraversò la casa fredda e si diresse verso la finestra. Mentre si avvicinava, l’ansia si faceva strada: era proprio quella che dava sul bosco proibito.

Attraversò la sala, a arrivò davanti ai vetri chiusi, al di là dei quali le due ante della persiana ondeggiavano qua e là, in balia della tempesta. Davanti poteva scorgere l’immensa massa scusa del bosco. Un fulmine strappò il cielo illuminando ogni cosa per un momento. Gli apparvero le terribili sagome degli alberi antichi, ricurvi, fitti, minacciosi. Quali ombre si aggiravano tra loro?

Rimase immobile, agghiacciato all’idea di dover aprire la finestra, rimanendo in piena notte faccia a faccia con la foresta e i suoi misteriosi abitanti. Non erano che poche decine di metri a separare la casa dall’inizio di quel terreno spaventoso.

Mai, mai e poi mai sarebbe potuto entrare lì dopo il tramonto. Questo gli era stato insegnato da suo padre, che l’aveva imparato che suo nonno, a cui era stato detto da suo bisnonno e via dicendo, indietro negli anni e nei secoli. Nessuno sapeva cosa accadeva là dentro. Ombre, urla, tenebra.

Decise di tornare a letto. Gli parve di sentire un lamento di bestia provenire da lontano, spaventoso come una notte senza luna. Un brivido gli attraversò la schiena.

Il bosco era lì, accanto alla casa, minaccioso come sempre. Ne avvertiva la pesante vicinanza, come di un confine pericoloso e sconosciuto, oltre il quale albergava il buio. Nella sua vita, mai aveva osato venir meno a quanto gli era stato insegnato, mai aveva varcato quel limite.

Nessuno sapeva cosa si nascondesse là dentro, ed era proprio questo a terrorizzarlo. Perché niente è più spaventoso di ciò che non si conosce.

A child was born

Il bambino dormiva spossato dopo tanto pianto. La faccina era tutta rossa, ancora imbronciata, con gli occhietti chiusi stretti stretti in un sonno profondo. Era tutto avvolto in una coperta, con una manina che spuntava fuori, chiusa in un pungo come a difendersi da quel mondo esterno in cui si era improvvisamente trovato. Un piccolo fagottino innocente, stretto al seno della madre. Lei, giovanissima, poco più di una ragazzina. Il volto sconvolto dalla fatica del parto, e tuttavia incredibilmente sereno. Una serenità che solo le madri conoscono, quando per la prima volta stringono a sé le proprie creature.

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Fantasmi

Io dormo con i fantasmi.

Qualche volta hanno la forme delle mie paure. Sono indefiniti come i dubbi, scuri come le ansie. Certe notti mi guardano affinché io possa scorgere nei loro occhi il riflesso dei miei, fin nel profondo dell’anima.

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Incubus

Mi trovo avvolto dal buio, il nero è l’unico colore del paesaggio nel quale sono immerso. Eppure, riesco a distinguere gli orribili contorni delle cose. Galleggio su una specie di torrente che scende ripido e vorticoso attraverso un canyon stretto di rocce affilate, impossibile da risalire.

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Il chiodo fisso

Lou si rese conto di essersi assopito mentre Estelle dormiva al suo fianco, con la testa posata sul suo petto. Era bella da lasciare senza fiato. Le forme del suo corpo nudo si intuivano sotto il lenzuolo che in parte la nascondeva nella penombra della stanza quieta. I capelli spettinati le davano un’aria di fragilità, che mai si sarebbe indovinata solo un paio d’ore prima.

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Wilderness

Cammino sul bordo del fiume, salendo sulle rocce, scansando gli arbusti. Scaccio gli insetti che si alzano in volo e faccio attenzione che non ci siano serpenti sulla mia strada.

Mi muovo lentamente dove l’acqua incontra la terra, cercando di indovinare il percorso più facile, evitando le pozze che si insinuano tra le pietre. Lingue di sabbia si alternano a piccole scogliere. Se sono asciutti ci cammino sopra, godendo della loro morbidezza, se sono bagnate invece le evito, per non sprofondare. Quando non mi è possibile, ne tasto al consistenza col piede prima di avanzare. Talvolta la strada si fa troppo accidentata o la vegetazione eccessivamente fitta per procedere e allora torno indietro alla ricerca di un altro passaggio.

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Il demone

Mi ero ripromesso di iniziare a vedere quella serie tv di cui parlano tutti. Ormai sono mesi che ho le puntate salvate sul pc, ma non mi ci sono mai messo.

Sei sempre il solito, John, inizi le cose e poi non le finisci. Guardi sempre avanti, sì. Ma senza guardare dove metti i piedi e così finisci nel burrone. Stupido! È questo che ti mette ansia.

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Spleen

Era una giornata scura come la morte, e il cielo basso e greve pesava sull’anima come un coperchio.

Camminavo per la strada, distrattamente, calcando la terra fredda e umida. Foglie marroni s’accumulavano lungo i marciapiedi, e il loro marcire era monito di quanto in fretta fugga l’estate.

Avanzavo veloce come la sera d’inverno, con lo sguardo inficcato nel suolo.  Il tedio era il mio carcere, la tristezza la mia compagna. Come sfuggire a un tale destino? Impossibile, giacché l’essenza stessa della natura è la caducità, la decadenza. La morte ci accompagna da quando nasciamo, facendosi via via più vicina, più visibile. Splendido e terribile è il ciclo della vita.

Sospinsi il vecchio cancello nero, che cigolò riecheggiando nella campagna, come un corvo. Entrai nel vecchio camposanto. L’aria umida e pesante non era perturbata che dallo stridere della ghiaia sotto i miei passi. Immaginai centinaia d’occhi che mi fissavano dall’altra sponda dell’Ade. Fantasmi nella mia mente.

Semplici croci s’alternavano a statue lussuose, ugualmente corrose dal tempo. Un angelo in marmo guardava tristemente una tomba austera, di gusto liberty. Porgeva un fiore di bronzo in un atto d’estrema pietà, immortalato nello scorrere dei secoli, ma la pietra incrostata ricordava piuttosto che niente è eterno in questo mondo.

Mi sedetti, un senso d’angoscia mi stringeva la milza. Attesi la pioggia per non piangere da solo. Inutile, impotente, in un mondo privo di gioia.

Eppure sentivo qualcosa di potente e meraviglioso. Come una quieta tempesta, in cui il tempo mostrava tutta la propria forza.