E venne ad abitare in mezzo a noi

La città era un mostro che vegliava nel buio. Ansimante di treni, il suo respiro umido saliva dai tombini, mescolandosi nei vicoli a quello delle ventole dei fast food. Milioni di occhi illuminati scrutavano la notte dalla cima dei palazzi, mentre in basso il traffico esalava veleno e rumore.

Nella selva di strade, nelle sue implacabili distanze, si consumavano scarpe e anime. Nel suo oscuro ventre, all’ombra di vertigini di cemento, sangue, sperma, piscio e immondizia si mescolavano in sordidi vicoli, dilavati dalla pioggia e dalle lacrime. Gù negli abissi, al di là delle griglie degli scoli.
Non esiste al mondo un deserto più solitario di un luogo dove milioni di individui fingono d’essere soli, passandosi accanto come fantasmi, invisibili l’un l’altro. Non esiste un posto più feroce e violento di quello in cui a nessuno sta a cuore nessuno.
La città, come un bosco, era un ecosistema complesso, composto da vari habitat e differenti tipologie di creature. Gli abitanti degli attici, con i loro suv nei garage sotterranei, e le cene nei ristoranti stellati, e i tossici e i senzatetto che popolavano i parchi e che, come le muffe e le erbacce, occupavano ogni rudero decadente che la città si lasciava alle spalle. Edifici e persone digeriti e defecati dalla crescita della metropoli, inesorabile come un cancro.
Le luci di Crown Boulevard illuminavano la strada da cima a fondo, riflettendosi nella neve fangosa accumulata ai bordi dei marciapiedi.
Dalle spesse vetrine si vedevano figure incappottate aggirarsi nella luce dorata dei negozi, tra un’abbondanza irreale e brillante. Era questo il periodo dell’anno in cui le persone si costringevano ad apparire altruiste, vagando ansiosamente alla ricerca di qualcosa da regalare. Cercando di comprare con i soldi un po’ di quel calore umano che invece non ha prezzo.
Poco lontano, al limitare del parco, un’altra parte d’umanità era affaccendata in tutt’altri pensieri. Illuminati dal riverbero di piccole fiamme accese in bidoni di latta, sotto un cielo di rami secchi e scuri, un gruppo di barboni si scaldava. Tra gli alberi antichi, che hanno visto passare la storia ingiusta e sanguinosa, in una calma surreale, bevevano sorsate di superalcolici scadenti e si stringevano in luride coperte.
Poco lontano, dietro un muro d’arbusti alti e fitti, alcuni giovani si preparavano a iniettarsi nelle vene la loro porzione di morte.
Un uomo magro e stanco passava sulla strada lì vicina, gridando che Cristo è nato, e che ha portato la salvezza. Ignorai le sue menzogne, e presi un altro sorso di vodka. Mi bruciò la bocca e lo stomaco, mi scosse il cervello. Sfiatai rumorosamente, emettendo una piccola nuvola alcolica di vapore. La confusione e la sensazione di calore, per un attimo, mi rapirono dal mio inferno quotidiano. Un effimero sollievo chimico.
Il vecchio matto continuava a urlare che Dio è Amore, e che è venuto fin quaggiù a cercarci. Non credo che in questa città Dio ci sia. In queste strade pericolose e tristi, è molto facile incontrare chiese e templi d’ogni tipo costruiti a nome suo, ma è molto difficile trovare Lui.
Continuavo a bere e gli occhi mi si stavano ormai chiudendo. Comincia a preparare il mio giaciglio, sistemando i cartoni. Preferivo dormire all’aperto, nonostante il freddo pungente, piuttosto che andare in quelle prigioni che chiamano asili notturni. Perlomeno, finché le gelate non si fossero fatte troppo intense.
Il vecchio si avvicinò alla nostra piccola cerchia.
“Il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi! Alleluja!” Lo guardammo in silenzio. “Rallegratevi, poiché Egli è Amore!”
“E tu credi davvero che questo tuo Dio sia qui, in questa città?” chiesi ridacchiando.
Mi guardò e sorrise a sua volta. “Dio è ovunque perché abita il cuore dell’uomo”
“Tu sei un vecchio pazzo se credi a questo. Ti sembra che il cuore dell’uomo sia abitato dall’amore?”
“Lo è, in effetti. Anche se poi, col passare del tempo, il suo cuore si riempie di avidità e di violenza e, sotto tutta quella cattiveria, quell’amore non si vede quasi più”
L’uomo riprese la sua strada, intonando un canto natalizio. Io, invece me ne andai a dormire. Poco lontano, il via vai frettoloso e distratto della gente, incurante se un uomo vivesse o gelasse nel parco.
Il rumore della mattina arrivò prima del sole, come al solito, e mentre una squadra di operai spaccava la strada e mi sconquassava la testa, me ne andai su una panchina, ancora avvolto nella mia coperta.
Mi battevano i denti, tremavo, e il sorso di vodka non bastò a scaldarmi.
Un bambino, tutto solo, venne verso di me e si fermò.
“Ciao, posso sedermi qua con te?” chiese tristemente, io lo guardai esterrefatto.
“Sei solo? Dove sono i tuoi genitori?”
“Non lo so, mi sono perso”
“OK, stai fermo qui, vediamo se arrivano”
Il bimbo mi guardò con occhi tristi. “Anche tu ti sei perso?” mi chiese.
Risi. “Sì, è proprio così…”
Non riuscivo a smettere di tremare per il freddo. Il bambino mi guardò, si tolse la sciarpa e me la passò.
“Tieni” mi disse con un grande sorriso.
Diversamente da quasi tutti gli sguardi che incrociavo, non c’era nei suoi occhi alcun disprezzo, né giudizio, né paternalistica pietà. Era come se non vedesse alcuna differenza tra me e lui.
“Eccoli, eccoli! Finalmente!” Il bimbo corse verso una coppia, visibilmente spaventata. La donna l’abbracciò e poi cominciò a rimproverarlo. Gli disse che li aveva fatti preoccupare e di non allontanarsi più da loro. Gli disse di non avvicinarsi mai più ai barboni del parco, perché sono sporchi e cattivi.
“Quel signore era buono, aveva freddo”
“Gli hai dato la sciarpa? Ma sei impazzito?! Va bene, ormai lasciala lì, andiamo!”
Mentre si allontanavano di fretta, verso le strade grigie della città, il bambino si girò verso di me e mi fece un saluto con la manina.
Mi sentivo bene, leggero. Non sentivo nemmeno più freddo. Ripensai alle parole che il giorno prima mi aveva detto quel vecchio. Aveva ragione, Dio abita nei cuori puri, e io l’avevo incontrato.

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