Il martirio

“Bravo Kamal, ottimo lavoro!” Shabbaz è molto soddisfatto di te. Ha detto che impari in fretta e che sei molto motivato.

Kamal sorrise, ma nella sua espressione c’era qualcosa di triste e il vecchio se ne accorse. Lo guardò e poi gli accarezzò il viso.

“Onore a te Kamal, il martire! Sei un santo di Allah e andrai in paradiso”.

“Allah è grande” disse Shabbaz con fare solenne.

“Shaykh, questo ragazzo ha imparato in fretta la lotta corpo a corpo col coltello e ad usare la pistola. Nei prossimi giorni vedremo le armi automatiche e gli esplosivi. In poco tempo sarà pronto, Inshallah”.

Lo sguardo di Kamal divenne freddo, la sua espressione dura, la sua mente ripercorse tutta la strada che l’aveva condotto fin qui.

Come flash gli passavano davanti gli episodi della sua vita che gli avevano insegnato l’odio.

Sua mamma Fatima, una donna buona e dolce, rimasta sola troppo presto che, come una chioccia, l’aveva covato e protetto per quanto possibile. Nonostante tutto. Suo padre Abdul, un uomo grande e forte morto di una morte assurda e ingiusta, giù da un ponteggio in un cantiere senza alcuna sicurezza.

Il profumo del cuscus preparato con amore da sua madre e poi fuori a far spese insieme. L’insicurezza di lei, abituata ad avere al suo fianco un uomo, nascosta sotto il suo velo e la sua timidezza.

“Tornatene al tuo paese, Befana!”

“Che schifo che fai! Ma perché ti metti quel coso, pari una suora!”

“Terrorista!”

“Ha pure un moccioso, un altro futuro terrorista!”

“Uno? Ne avrà almeno dieci! Questi schifosi si moltiplicano come gli insetti”

Le lacrime di Kamal quel giorno, sulla strada verso il mercato e poi indietro verso casa, quasi di corsa. Da sola, son un figlio piccolo, senza più il suo amato Abdul. La paura. La prima volta che Kamal scopriva d’essere diverso. Lo smarrimento. La sua prima dose di odio.

“Mammina, perché quella gente è stata cattiva con te?”

Da quel giorno, non si sarebbe più sentito normale e questa sensazione si sarebbe rafforzata sempre più. Sarebbe diventata un fantasma, che l’avrebbe seguito sempre, assumendo via via varie forme.

Ad esempio, quella grossa e rude della cuoca della mensa, alla scuola elementare.

“Senti bimbo, non mi interessa niente se sei islamico. Oggi c’è l’arrosto di maiale. Sei in Italia e mangi quello, qui si mangia il maiale. Sennò prendi solo il contorno”.

E poi il fantasma avrebbe assunto l’aspetto dei bambini che lo guardavano e lo prendevano in giro, mentre lui e altri due bambini mangiavano solo gli spinaci.

“Perché sei islamico?”

Già, perché? La domanda di un compagno lo colpì. Perché? Non l’aveva scelto lui, in fondo.

Che poi, cosa voleva dire essere islamico? Era una razza? Un’etnia? Una religione?

Se Allah era universale come dicevano, che importava come lo si chiamasse e in che modo lo si pregasse. A lui era stato insegnato a farlo così. Che poi, tutto sommato, non gli importava molto della religione. Sua mamma, sì, lei ci credeva molto e dopo la morte di suo padre si era aggrappata con tutte le sue forze a questo sostegno. Ma lui trovava noioso andare in moschea ad ascoltare tutte quelle cose incomprensibili e tutte quelle litanie infinite.

Lo spettro della sua diversità assunse forme particolarmente oscure ai tempi delle scuole medie. Anni difficili per tutti, figuriamoci per quelli che col loro colore olivastro e il loro nome arabo, rappresentano il nemico. Il terrorista.

Così lo chiamavano, se non peggio, prima di far parlare le mani. Non era il benvenuto da nessuna parte Kamal il terrorista, Kamal il bastardo arabo, Kamal il negro, Kamal il talebano. Così, cominciò ad avvicinarsi ad altri più simili a lui, altri marocchini, ma anche neri e sudamericani.

In breve tempo, si era totalmente separato dagli italiani ed era ormai pronto a restituire un po’ dell’odio che gli avevano dato.

All’istituto professionale le cose non migliorarono di molto. Conobbe un tunisino di nome Rami, che aveva uno zio invischiato in certi traffici illeciti che sembrava facessero guadagnare bene.  A Kamal sua madre non aveva mai fatto mancare l’amore, ma certamente i soldi sì. L’indennizzo per la morte di suo padre e i lavoretti di pulizia nelle ville che faceva quando capitava, non erano certo sufficienti a farli vivere come gli altri. Già, gli altri. Il confronto onnipresente con gli italiani, con i cristiani, con i bianchi. Gli altri.

Così, in breve tempo, lui e altri del gruppo, cominciarono lavorare per questo zio, che si faceva chiamare Rais. Il compito era semplice e la paga buona: dovevano ritirare dei pacchetti e consegnarli a un tizio molto losco, giù alle case popolari.

“Fermi, pezzi di merda!” Gridarono un giorno dei tizi grandi e grossi, spuntati da un’auto vicino alle case popolari.

La fuga si concluse poco dopo con un ginocchio puntato sulla gola di Kamal, disteso a terra, le manette ai polsi e un distintivo sbattuto sulla faccia.

L’uomo aprì lo zaino e trovò il pacchetto.

“E questo cos’è? Eh? Razza di scimmia!”

Detenzione ai fini di spaccio: sarebbe andato in galera. Così gli disse il commissario, prima di lasciare la stanza. I suoi fantasmi si raggrupparono intorno a lui. Avevano l’aspetto di due grossi agenti. Non aveva mai preso tante botte. Pugni e insulti si mescolavano in una tempesta buia.

“Cazzo, stavolta avete esagerato” Disse il commissario appena rientrò. “Occhio ragazzi, però, che sennò si passano guai”

“Il bastardo ha fatto resistenza” Mentirono.

“Lo so, ma un po’ meno la prossima volta. Buttate questo sacco di letame in cella e fate venire un’ambulanza”

La galera era un luogo allucinante, popolata da personaggi veramente inquietanti. Kamal si sentiva un pesce fuor d’acqua, davanti a quelle montagne di muscoli e aggressività che lo scrutavano.

“Guarda, eccone un altro!”

“Ehi Magreb vieni qui, vieni che facciamo amicizia!

Nella pausa in cortile arrivarono due tizi che avevano tutto l’aspetto di essere naziskin.

“Che ci fai tu qui? Spaccio? Sei uno spacciatore, vero?”

“Certo che è uno spacciatore, lo sono tutti questi qui”

“Spacciavi anche ai bambini?”

“Qui non sei a casa tua, qui comandiamo noi”

Un’enorme mano nera si posò sulla spalla di Kamal. Un omone imponente con la barba, una lunga tunica chiara e un cappello kufi guardava i due nazisti con occhi di fuoco.

“Lasciatelo stare o ve la vedrete con me!”

“Ok ok Ismail, te la lasciamo la tua nuova ragazza”

Per la prima volta si sentì protetto, difeso, accettato. Sentì di avere una guida, un padre, di nuovo.

Ismail fu il suo amico e la sua guida. Entrò nel suo gruppo e piano piano si avvicinò all’ideologia wahabita, al fondamentalismo. La gente crede alle teorie del complotto per non accettare la realtà, si sa. E quando queste hanno una bella cornice di intransigenza religiosa, diventa un affar serio. 

Se la sua permanenza in carcere non fu un vero inferno, lo doveva a lui. Ma a che prezzo?

Quando uscì, andò dal vecchio pachistano che faceva spesso visita a Ismail in galera. Si chiamava Omar, ma tutti lo chiamavano shaykh, sceicco.

Si sentiva pronto a prendersi la sua vendetta, a restituire finalmente tutto l’odio col quale era cresciuto. Ma mano a mano che il giorno si avvicinava, i suoi fantasmi ricomparivano più forti. Questa volta con le sembianze del dubbio che, ancora una volta, fosse la sua diversità a guidare la sua vita. In base alle scelte degli altri, non alle sue.

Lo sceicco lo guardava e sorrideva, mentre Shabbaz puliva accuratamente la pistola lucente”.

“Tu adesso sei uno di noi.”

Finse un sorriso, ma il suo sguardo era triste. Tutt’intorno i fantasmi di tutta la vita, oscuri e indefiniti, senza meta e senza casa. Così simili a lui.

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