La morte sospesa

Aprii gli occhi lentamente. Era uno sforzo al limite delle mie capacità. Il soffitto di giunchi non voleva restar fermo, roteando in quel brodo caldo e appiccicoso di voci, lamenti, agonie che si nascondevano nella penombra.

La dolcezza del sonno, che per un istante m’aveva sottratto a quell’inferno, era già passata. Il mio povero corpo riprendeva a lamentarsi. Chiusi gli occhi nuovamente mentre la testa vibrava e rimbombava come se qualcuno la prendesse a calci attraverso un casco. Potevo percepire il sudore che mi avvolgeva completamente.

Provai a chiedere acqua, ma non uscì che un gemito soffocato, non dissimile agli altri suoni che affollavano la stanza. Tutto era immobile, come assopito in una nebbia spessa e contagiosa. Potevo scorgere una finestra sulla parete opposta alla mia branda. Un lugubre panno faceva da tenda scacciando la poca luce solare che filtrava nella giungla. Al di sotto altre brande, altri corpi, altre bende, altra sofferenza, altra agonia.

Mano a mano che i miei sensi si riattivavano, mi giungeva tutto il dolore di quel luogo. Prima le mosche. Mosche senza riposo, senza pietà. Mosche ovunque, mosche su di me, mosche nel mio orecchio. Poi l’odore di sudore stantio, di vomito, di malattia.

Un uomo da giorni si lamentava senza tregua, sembrava implorare che ciò potesse finire, in qualunque modo. Quel suono orribile aveva accompagnato le mie notti confuse, i miei incubi. D’improvviso non lo sentii più, Forse era morto, forse queste persone l’avevano infine accontentato.

Fui atterrito da questo pensiero, che in un lampo mi divorò nel più puro terrore. Ero totalmente in mano altrui. E se avessero deciso di finire anche me? Che differenza avrebbe fatto in fondo per loro? Ero solo un corpo morente da dover guardare. No! Io volevo uscire vico da questa fogna! Ma come avevo fatto a ritrovarmi lì? Perché?

Le mie labbra erano talmente secche da essersi come incollate l’una all’altra e per qualche istante mi parve di non poterle più riaprire. Infine ci riuscii. Sentii la pelle rompersi e bruciare. Provai a parlare, ma la lingua e la gola, erano come corpi morti ed estranei nella mia bocca.

Mi concentrai e provai ad articolare le parole al meglio. “A-cqua… a-cqua… a-cqua…”. Nessuno ripose. Chiusi gli occhi nuovamente.

Poco dopo sentii una presenza su di me. Li riaprii. Un uomo con una maschera di stoffa sul naso e sulla bocca mi guardava dall’alto. Mi aprì le palpebre brutalmente, prima una e poi l’altra, fissandoci dentro come se volesse scorgere il fondo della mia anima. A questo punto tirò in basso la mia mandibola e mi infilò in gola una sorta di paletta di legno. Mi uscì un gemito di dolore.

Sentii che parlava con qualcuno alle sue spalle, ma non potevo capire la loro lingua. Mi versò in bocca piccoli sorsi d’acqua. Fu una sensazione meravigliosa, ma durò poco perché in quella posizione mi andò di traverso. Mi sentii soffocare e cominciai a tossire. La forza dei colpi mi scuoteva il cervello e sembrava spezzarmi il petto che bruciava e doleva. Appena ebbi finito, l’uomo mi aprì nuovamente la bocca e dopo un breve controllo se ne andò, lasciandomi così, con un fischio alla gola.

Ero sfinito, avevo bisogno di dormire ancora. Il sonno m’avrebbe perlomeno rapito da quella realtà per qualche ora e avrebbe dato spazio al mio corpo per combattere la sua battaglia contro la malattia. Chissà se ne sarei uscito, chissà quando, come…

Chiusi gli occhi mentre tutto piano piano svaniva intorno a me e il mio corpo andava come dissolvendosi dalle mie sensazioni, dalla mia coscienza.

Quel corpo che a lungo avevo allenato per questo viaggio, certo della mia riuscita, e che invece adesso giaceva impotente, fiaccato da un nemico microscopico.

Il sonno finalmente sopraggiungeva e forse m’avrebbe donato ancora, magari solo per qualche attimo, l’illusione di avere ancora il controllo.

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