La casa è crollata

Avrei senza dubbio dovuto fare lo psicologo. Non solo perché mi sarebbe piaciuto un mestiere di questo tipo, ma anche perché avrei dovuto saperlo che i bambini degli anni ’90, trenta-quarantenni di oggi, sarebbero stati tutti potenziali ottimi clienti. Nevrotici dalla vita incasinata. Lo so bene io, cresciuto in quegli anni.

Stretti tra i colpi di coda del passato recente e l’avanzare di un futuro ingombrante, eravamo come innocenti paperelle di gomma alla deriva in un mare in tempesta. Un oceano scuro e schiumoso, dove la dissoluzione dell’URSS, le Guerre Balcaniche, Tangentopoli, la Prima Repubblica, la discesa in campo di Berlusconi e molte altre tragedie globali erano onde alte come tsunami. Ma al tempo stesso il sol dell’avvenire sembrava splendere caldo e forte sull’orizzonte di un mondo ormai ordinato e unipolare. Una sensazione di ottimismo permeava la società.

In quel marasma di opposti estremi, tra il fascismo latente di Goldrake e Mazinga e la sessualità ambigua di Andromeda e Lady Oscar, tra il Nuovo Ordine Mondiale di Clinton, la Lambada, i vu-cumprà e i no global una sola certezza sembrava ormai solennemente incisa nel granito della storia: la morte degli stati nazionali. Una verità lampante e oggettiva, sotto gli occhi di tutti, eccezion fatta per i mondiali di calcio, naturalmente. In quell’occasione era lecito, e anzi doveroso, odiare i francesi senza-bidet e i tedeschi krukki-mangiakrauti. Ma fatti salvi pochi giorni ogni quattro anni, nessun giovane sano di mente si sarebbe speso nelle ributtanti sviolinate ducesco-nazionalistiche che oggi invece infestano le bacheche social dei teenagers.

L’Europa Unita, e forse per qualche esagerato utopista anche il Mondo Unito, erano ai nostri occhi Destino Manifesto, puro e dogmatico. Una tappa obbligata della storia, inevitabile come l’alternarsi del giorno e della notte. Le frontiere, morte e sepolte nel Mondo Civile, erano roba post-coloniale da Repubblica Democratica delle Banane, o da vecchietti nostalgici. Tutti quanti sentivamo di appartenere a una grande famiglia lanciata verso il progresso.

Ma allora cosa diavolo è andato storto? Come è potuto succedere che in pochissimi anni, quella casa comune che avevamo costruito con tanto entusiasmo sia crollata?

La risposta è tanto ovvia quanto deprimente, ed è buona per rispondere non solo a queste domande, ma anche a quasi tutto ciò che di negativo è successo nel mondo negli ultimi decenni: perché la sinistra è morta.

Perché i ragazzi sono disoccupati o emigrati o hanno un lavoro di merda? Perché siamo attraversati da uno spaventoso rigurgito fascista? Perché non vendono più il cioccolato Sprint, compagno di colazione di noi figli della working-class nati negli anni ‘80? Perché la sinistra è morta! Ovvio. Lapidario. Incontestabile.

A un certo punto si è consumata una tragedia sociale e filosofica la cui portata non si sarebbe capita che molti anni dopo: l’orrida svolta liberista dei partiti di sinistra. Eppure ricordo come se fosse oggi la mia professoressa delle scuole medie, vecchia guardia sessantottina, trasecolare davanti alle privatizzazioni degli anni ’90.

“Ragazzi, sapete cosa è successo ieri?”

“Ci sono state le elezioni.”

“Bravi! E chi ha vinto? La destra o la sinistra?”

“Ha vinto D’Alema, la sinistra.”

“Ora vi dico una cosa che forse non sapete. Oggi la borsa è in rialzo, cioè è contenta della vittoria di D’Alema. Secondo voi, la borsa può essere in rialzo in un paese in cui vincesse la sinistra? Riflettete ragazzi, la sinistra è per togliere ai ricchi e dare ai poveri. Secondo voi la borsa, dove ci sono i grandi industriali, i super-ricchi, potrebbe mai essere felice di questo?”

Restammo straniti, come spesso accadeva, di fronte alle strane esternazioni della professoressa comunista. Ci affascinavano anche se non le capivamo del tutto.

Oggi invece capisco perfettamente ciò che voleva dirci, in tutta la sua crudele realtà.

Questa tragica deriva thatcheriana non nacque in Italia, ma fu una piaga di matrice anglosassone che investì l’intero continente. Così avvenne che l’Europa passasse dall’essere la Comunità di Destini sognata da Schumann e Spinelli alla cricca iperliberista delle banche e degli incomprensibili standard finanziari che oggi tutti noi conosciamo. I poveri greci –o meglio ciò che ne resta- più di tutti. Si trasformò da ideale di sinistra internazionalista e pacifista a ingranaggio del più spregevole anarcocapitalismo globalista.  

È molto triste per chi, come me, si è sempre sentito e professato Federalista Europeo e che oggi si trova in grande difficoltà a difendere un progetto politico che sembra essersi trasformato in una brochure di una società di finanziamenti. Certe volte, di fronte alle allucinanti posizioni sovraniste, mi trovo a corto di argomenti, ed è davvero imbarazzante.

Ma questa idea che tutto debba essere visto e gestito come un’azienda, dallo stato alla famiglia, non ha solo spento il sogno degli Stati Uniti d’Europa: ha rovinato la nostra vita in molti altri modi. Perché quanto siamo diventati tutti concorrenti l’uno verso l’altro, è finito il concetto di comunità, essenza stessa di qualsiasi tipo di società.

Ecco perché i sovranisti riscuotono tanto successo anche tra i giovani: perché propongono -sebbene nel loro assurdo modo- un modello meno spietato e individualista rispetto al liberismo imperante. Gente che un tempo sarebbe stata considerata fascista senza diritto di parola, adesso esprime posizioni che, rispetto alla media, sono piuttosto rispettabili. E questo ci dà la misura della profondità dell’abisso nel quale siamo caduti. 

Termini come patria, nazione e tricolore, che un tempo sarebbe stato difficile sentire da persone di meno di ottant’anni o al di fuori dei discorsi di fine anno del Presidente della Repubblica, sono oggi di nuovo trendy (come si diceva negli anni ‘90).

Mi sforzo di spiegare ai miei amici e conoscenti la visione di Yann Fouéré, che a fine anni ’60 immaginava un’Europa federale dove ogni regione potesse esercitare il diritto all’autodeterminazione: confini esterni definiti e confini interni fluidi. Parlo dell’esperienza della Svizzera, dove dal 1500 convivono quattro lingue, due religioni e svariate culture, traccio paragoni con la storia statunitense, con le federazione tedesca, con l’esperienza jugoslava, sovietica, canadese e cinese ma la teoria deve sempre, prima o poi, misurarsi con la pratica.

“Ok, ma per la gente comune l’Unione Europea a cosa serve?”

“Esattamente cosa fa per la mia vita di tutti i giorni?”

Difficile rispondere in modo convincente, portando argomenti concreti. Certamente non posso parlare delle frontiere aperte a un disoccupato che non ha soldi per viaggiare, né citare l’Erasmus a uno che ha finito l’università quindici anni fa.

Già, cosa fa di concreto? Poco per il cittadino medio della strada perché il processo d’integrazione si è interrotto prima di arrivare a quel livello: troppi gli interessi economici contrastanti, troppo debole il disegno politico di base.

Però fa molto, moltissimo, per le banche e per le grandi aziende e infatti ogni volta che è minacciata le borse tremano. Allora mi torna in mente quello che diceva la mia professoressa delle scuole medie, con una saggezza e una lungimiranza che solo molti anni dopo sono riuscito ad apprezzare a pieno.

 “Secondo voi la borsa potrebbe mai essere in rialzo se vincesse davvero la sinistra?”  Mi si accappona la pelle mentre nella mia mente echeggia quella domanda di molti anni fa.

Rimpiango quegli anni confusi, ma ottimisti, dove tutto poteva ancora accadere e dove sembrava che ogni cosa alla fine sarebbe andata per il meglio. Dove eravamo forse più naif e non c’erano le forme eleganti del politicamente corretto, però la comunità era ancora forte nel valore estremo che davamo all’amicizia. I’ll be there for you, cantava la sigla di Friends, nostro telefilm generazionale il cui senso era tutto racchiuso nel titolo. E noi ci credevamo davvero. Anche se la nostra giovinezza è stata incasinata, incastrata tra un bullismo selvaggio che rendeva la vita degli studenti delle medie simile a quella dei galeotti, e il vuoto morale che avanzava. Eppure in qualche modo è stata solare, o –quantomeno- meno buia del presente.

Di quell’ottimismo, il liberismo non ha lasciato più niente. La grande casa europea è oggi un cumulo di macerie e noi, i bambini che l’hanno vista costruire, siamo diventati adulti nevrotici. E facciamo gli psicologi, oppure siamo loro clienti.

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