Generazione Expat

Francesco non poteva credere a ciò che era appena accaduto. Salì tristemente sull’intercity, rassegnato all’idea di aver sprecato un intero giorno della sua vita. L’aspettavano cinque ore di treno, più mezz’ora di bicicletta dalla stazione a casa, intorno a mezzanotte, salvo probabili ritardi. Da prima dell’alba a notte fonda, questo era stato il suo investimento infruttuoso: dodici ore di viaggio tra andata e ritorno, più quattro passate a correre su e giù per Roma, col pensiero costante di fare tardi.

Qualche giorno prima aveva sostenuto via Skype un colloquio di lavoro con un’importante multinazionale. La posizione offerta sembrava interessante, il settore era proprio quello per il quale aveva studiato: marketing e comunicazione. Francesco non era certo di quelli che un famoso politico definiva bamboccioni: fin da ragazzino aveva svolto numerosi lavoretti estivi, sia per avere qualche soldo da spendere con gli amici, sia per prendere contatto col mondo del lavoro. Sottopagati, privi di assicurazione, previdenza, dignità, ma tant’era. Poi, ai tempi dell’università un’esperienza Erasmus gli aveva aperto gli occhi su quell’ambiente: per i suoi coetanei europei non era normale lavorare al nero, non avere orario, né diritti. Quando lui raccontava loro la sua esperienza, facevano facce incredule.

Quella Germania era stata per Francesco davvero una bella esperienza, una di quelle cose segnano la vita e che è immagini di poter raccontare un giorno ai tuoi nipoti. Quella sensazione, di essere in un mondo dove tutte le possibilità sembravano ancora aperte, quell’ambiente, così accogliente e cosmopolita, così lontano dalla piccola provincia italiana, avevano cambiato qualcosa in lui. Tutto era esattamente al suo posto, come in Italia sembrava non fosse stato mai. Nella sua mente l’Italia assumeva le fattezze di una vecchia zia, ormai stanca di un mondo che l’aveva sorpassata, senza più alcuna voglia di cambiare nulla. Una di quegli anziani che attendono semplicemente la fine, trascinando le giornate sulla poltrona, rassegnati a guardare il mondo dalla finestra senza più prenderne parte. La Germania invece no, tutt’altro: sembrava quell’amica pazzescamente bella e irraggiungibile che ti fa sentire inadatto al suo fianco. La Germania era assolutamente figa! Le amicizie e le avventure che Francesco aveva vissuto in quei giorni berlinesi avevano contribuito ad avvolgere quei luoghi di un’aura dorata e leggendaria, come solo i ricordi positivi possono fare. Ma al di là delle patine che la mente umana getta sulle esperienze passate, era pur vero che fosse entrato in contatto con un mondo diverso. Era facile in Germania percepire la forza rassicurante dello stato, il suo sostegno, anche nei confronti di uno studente straniero. Il termine “senso civico”, sentito a scuola e mai concretamente definito, assumeva per la prima volta lì contorni reali. Il lavoro temporaneo aveva il volto amichevole del proprietario trentenne di un caffè in centro, che ti aiutava a compilare i documenti fiscali, e non più quello della vecchia proprietaria dello stabilimento balneare che, con l’ennesima sigaretta in bocca, faceva finta di sbagliare il conteggio delle ore pagate in nero.

Al suo rientro, Francesco si era laureato col massimo dei voti, e si era tuffato immediatamente alla ricerca di un posto di lavoro, inviando curriculum in tutta Italia. Erano trascorsi sei mesi. Sei lunghi mesi di delusioni, proposte di vendite piramidali fraudolente, porte in faccia e proposte di pagamenti in visibilità o poco più. Poi, finalmente, questa opportunità in una grande azienda. Ci aveva creduto e riposto speranze, e adesso tutto era crollato.

Il video colloquio sembrava essersi concluso positivamente, il responsabile delle risorse umane gli aveva detto:

“Francesco, lei è un giovane promettente, la terrò seriamente in considerazione. Cercavamo una figura un po’ più senior, ma lasci che finisca questo giro di colloqui e poi magari ci risentiamo.”

Una figura un po’ più senior? Strano, dal momento che l’annuncio era rivolto a neolaureati. Comunque era molto più di quanto avesse ricevuto fino a quel momento.

Qualche tempo dopo ricevette un’email.

“Il responsabile dell’area marketing è contento del suo profilo. Può venire alla nostra sede di Roma lunedì prossimo? Riesce ad arrivare per le 11?”

Senza nemmeno pensarci, aveva comprato il biglietto del treno ed era partito.

Dopo un viaggio interminabile arrivò a Termini. Da lì, un lungo viaggio in una metropolitana calda, sovraffollata e puzzolente lo condusse in un quartiere tra i più brutti che avesse mai visto in vita sua, ad anni luce dal centro città famoso in tutto il mondo. Arrivò a un’anonima palazzina di uffici dove si trovava la sede dell’azienda, insieme a quella di molte altre.

Lo fecero accomodare in una sala d’attesa piena di targhe, vecchie pubblicità aziendali e articoli di giornale celebrativi. Dopo un quarto d’ora arrivò un uomo di mezza età: era Aurelio, quello del colloquio in videochat.

“Salve, piacere di conoscerla dal vivo. Ha fatto un buon viaggio?”

“Sì sì, tutto ok”

“Ottimo! Allora mi scusi, ma sono un po’ di fretta, che a breve ho una conference call. Il responsabile ci raggiungerà più tardi, nel frattempo vorrebbe che lei facesse questo piccolo test. Quando avrà finito lo consegni pure alla reception, grazie.”

Gli lasciò alcuni fogli e se ne andò. Si trattava di vari questionari a crocette: uno psicologico, uno cultura generale, un altro di lingua inglese e infine uno molto tecnico di marketing ed economia. Li compilò con attenzione e poi li consegnò come richiesto. Aveva impiegato quasi due ore a completarli e si sentiva un po’ come ai tempi della scuola superiore, con la differenza all’epoca dopo aver consegnato il compito in classe non veniva lasciato solo in una fredda sala d’attesa per altri quaranta minuti.

Quando stava ormai per addormentarsi, finalmente la porta si aprì.

“Il dottor Vardi l’attende”.

Lo condussero attraverso un corridoio ai lati del quale si sviluppavano gli uffici, suddivisi in ampi open office. Poteva vedere molti dipendenti, in gran parte giovani, vestiti di tutto punto in giacca e cravatta. La ragazza della reception, che lo guidava, indossava tacchi alti il cui rumore risuonava negli ambienti, facendo girare tutti e facendo sentire Francesco tremendamente osservato.

“Questi sono quasi tutti freelance, e quei due invece sono dipendenti.” Gli disse la ragazza indicando due signori sulla cinquantina che occupavano una piccola scrivania in un ambiente separato, abbastanza angusto.

Arrivò infine davanti a una porta nera e bussò.

“Sìììììì?” Disse una voce maschile, con tono scocciato.

La socchiuse. “Dottore, c’è quel ragazzo del colloquio”

“Ah sì. Bene, lo faccia passare. Senta, prepari la sala riunione due che tra mezz’ora vengono i cinesi. Tanto qui facciamo presto col ragazzo.”

Francesco si trovò in un ufficio molto grande, con un arredamento ricercato, alcune piante da appartamento e un’orribile scultura moderna su un mobile-archivio. Era un pezzo di travertino rotto a caso, con sopra una macchia di vernice spray fosforescente, posato su una base in metallo dorato. Insomma uno di quei tipici oggetti brutti e costosi che servono a dare un tono intellettuale a chi ha più soldi che gusto.

“Le piace eh? È un Massirotti originale. Molto raffinato, non è vero? Prego, si sieda.” Disse l’uomo, un grassone con i capelli brizzolati, sulla sessantina.

Francesco prese posto su una delle ampie poltroncine in pelle nera davanti alla scrivania.

“Dunque, caro…” – sfogliò dei documenti che aveva davanti – “Francesco Della Pecchia, giusto?”

“Sì”

“Bene! Come le avrà detto Aurelio, noi cercavamo una figura un po’ più senior. Giovane come età, ma senior come esperienza. Un po’ più scafata, insomma, per poter affrontare questo mare in tempesta. Non so se mi spiego.”

Lo fissò negli occhi. Francesco non disse niente, pur suonandogli piuttosto strana l’idea di un “giovane senior”.

“Ho qui i suoi test” – continuò l’uomo agitando i fogli davanti a sé – “E devo dirle, in tutta onestà, che speravo qualcosa di meglio. Noi abbiamo bisogno di qualcuno da buttare subito in trincea, col pelo sullo stomaco. Qua è una guerra, sa. Qua sparano, sparano da ogni direzione. Qua è una guerra”.

Francesco lo guardava perplesso. L’uomo posò i fogli sulla scrivania e riprese il discorso dopo una breve pausa.

“Tuttavia lei è molto giovane e mi sembra un ragazzo in gamba, molto promettente, anche se certamente non è un senior. Le capisco subito queste cose, mi basta vedere come si pone, come si muove. E poi ha anche notato il Massirotti, bravo! Ad ogni modo le possiamo proporre qualcosa di adatto al suo profilo”.

Si accese una sigaretta. Francesco strabuzzò fuori gli occhi.

“Una sigaretta in ufficio? Saranno almeno vent’anni che è proibito per legge!” Pensò tra sé e sé.

“Non le dà noia, vero? È un viziaccio, lo so”

“No no…” balbettò incredulo Francesco.

“Bene, allora le proporrei un tipo di contratto che noi chiamiamo freelance-in-house. Lei praticamente sarebbe un collaboratore esterno, con una sua partita iva e tutto quanto. Noi le paghiamo il lavoro che lei realmente fa e in più le diamo anche una scrivania per poter stare qui otto ore e, se ne ha bisogno, anche di più. Può stare qui quanto vuole, per me. Più lavora e più guadagna, ovviamente.”

“Ma potrei lavorare anche da casa? Come funzionerebbe?”

“No no no, assolutamente. Lei fa in ufficio le sue otto ore per cinque giorni, tale e quale a un impiegato: otto e trenta diciassette e trenta da lunedì a venerdì. Poi dopo è libero di fare ciò che vuole: può rimanere, fare più lavoro e avere del guadagno extra oppure può andare a casa. Quando se ne va, per quel che ci riguarda può anche lavorare per altri, basta che ci dica per chi, perché non possono essere concorrenti. Se vuole il sabato può usare l’ufficio, ma come le dicevo quando è qui può fare solo lavoro per noi, non per altri.”

Lo guardò soddisfatto, in attesa di una risposta.

“Ma, scusi, quanto sarebbe la paga?”

“Come le dicevo, dipende. La pagheremo per ogni lavoro che porterà a termine. Sulle precedenti esperienze posso dirle che se fa solo le otto ore giornaliere minime, potrebbe andare intorno ai millequattrocento o millecinquecento euro. È un po’ di più di quanto offriremmo a un dipendente junior come è lei, perché ovviamente dovrà versare i contributi da solo. Se decide di non versarli non ce lo dica nemmeno, eh! Noi non vogliamo sapere nulla, la responsabilità è sua. Lei ci dà la sua partita iva e noi le paghiamo la fattura il dieci di ogni mese, come lo stipendio ai dipendenti.”

“E le ferie? Le malattie?”

“Si organizza come vuole. Naturalmente chiedendo prima al suo capo, Aurelio. Si ricordi però che sarà pagato per il lavoro svolto, e che non ha alcun obbligo di fare le ferie, se non desidera farle.”

“Ho capito, ci penserò su.”

L’uomo lo guardò stupito, come se avesse rifiutato qualcosa di estremamente raro e prezioso o se gli avesse detto che il Massirotti faceva cagare.

“Come vuole, ma si decida presto perché qui abbiamo la fila! Se le serve una stanza in affitto in zona, chieda alla reception i contatti di mia figlia, che ne ha diverse.” Disse l’uomo mettendosi a sfogliare una rivista.

___

Mentre Francesco era sul treno sentì il telefono vibrare. Era una notifica di messaggio da un suo amico di Berlino.

“Ciao Francesco, come stai? Come va la ricerca del lavoro? Senti, se ti interessa la mia azienda assume personale al marketing. La paga non è alta, circa duemila euro al mese. Però avresti casa gratis per un anno e la mensa aziendale compresa. Trentotto ore settimanali e possibilità di fare due giorni in smart working. Ti potrebbe interessare? Per iniziare non è male.”

Il treno attraversava tristi campagne di capannoni abbandonati. Faceva un gran caldo e all’esterno del finestrino colava acqua dal tetto del vagone, dove si trovava il motore rotto del sistema di condizionamento del vagone.

Francesco era avvolto nei sui pensieri. Cosa poteva offrirgli questo paese? Tutto sembrava ormai rotto, dismesso, in pieno abbandono. I datori di lavoro erano più simili a truffatori che non a imprenditori e le paghe proposte non sarebbero mai state sufficienti a raggiungere l’autonomia dai suoi genitori. Non voleva ritrovarsi a stare ancora a casa della mamma a quarant’anni!

Qui non avrebbe mai avuto né una vita né tantomeno una pensione dignitose. Sembrava che l’intero sistema fosse fatto per scoraggiare e umiliare i lavoratori. Condannati a una gavetta senza fine, a prepotenze, sfruttamento e insicurezze.

Il confronto con i ricordi tedeschi era davvero impietoso. Andarsene?

L’idea lo tentava davvero. Certo però avrebbe dovuto salutare parenti e amici, e questo non era facile. Ricominciare, ricostruire. Ma alla fine cosa? Che cosa aveva di suo?

Forse avrebbe potuto stare fuori qualche tempo e poi rientrare con un curriculum solido. Riabbracciare i genitori, ritrovare gli amici. Comunque Berlino era a due ore di aereo, molto più vicino di Roma.

Alla fine perché no? Poteva ben fare una prova, un’esperienza temporanea. Certamente nessuno gli stava chiedendo di fare una scelta di vita irrevocabile.

Partire per poi tornare? Per ricominciare ancora? Questo pensiero non portava da nessuna parte. Decise di fare un passo per volta: sarebbe partito per un’esperienza temporanea, il tempo che le cose migliorassero anche in Italia, poi sarebbe tornato con un profilo senior, come dicevano quei matti di Roma.

Forse questo pensiero, questa speranza, l’avrebbe aiutato a superare le sue paure, la sua tristezza. Era la spinta per decidere di lasciare la nave che affondava.

In fondo sarebbe stato bello, eccitante. Un mondo nuovo di possibilità da esplorare.

Da qua se ne vanno tutti, perché restare quando ti sembra di essere solo contro un sistema ostile non è facile.

Perché alla fine il vecchio ciccione non aveva torto. Qua è una guerra.

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