The Big Rip

Secondo una teoria cosmologica, l’espansione dell’universo proseguirà fino alla sua totale disgregazione. I corpi celesti e la stessa materia che li costituiscono continueranno ad allontanarsi fino alla rottura dei legami molecolari, poi degli stessi atomi e infine anche delle particelle subatomiche. Tutto si dissolverà nel nulla tornando alla situazione precedente al Big Bang. Questo ipotetico evento apocalittico viene chiamato Big Rip, il Grande Strappo.

È davvero buffo che sia bastato un virus, una struttura tanto basilare da rappresentare il confine stesso della vita, a innescare qualcosa di molto simile al Big Rip. Perché non venitemi a dire che quello che abbiamo vissuto in questi giorni non è stato un grande strappo. Ci siamo trovati ad affrontare un allontanamento sempre maggiore mentre andavamo alla deriva, come verso lo spazio profondo.

Sembra ormai passato un secolo da quando potevamo abbracciarci, tenerci le mani, scostare i capelli dal bordo di un bel viso. In fondo al pozzo dentro il quale eravamo precipitati, non si riusciva quasi più a vedere la luce, che adesso è finalmente ricomparsa.

Siamo dovuti diventare eremiti nostro malgrado e il maggior impegno che abbiamo messo a mantenere un minimo di contatto umano non è stato che l’estremo tentativo di non sentire lo spaventoso silenzio che avanzava.

Avete mai sentito parlare delle stanze del silenzio? Sono laboratori di ricerca talmente ben isolati da non lasciar filtrare alcuna onda sonora dal mondo esterno. A quanto pare, la maggior parte degli esseri umani non sono in grado di passare molto tempo al loro interno senza il rischio di averne traumi psicologici. Dicono che là dentro dopo pochi secondi si sia in grado di sentire nettamente il battito del proprio cuore e il flebile sussurro del proprio respiro. Poi, dopo qualche minuto, raccontano che si abbia l’alienante sensazione di poter ascoltare il rumore causato dallo scorrere del sangue all’interno delle vene. Ed è a questo punto che la maggior parte della gente comincia a dare fuori di testa e ha bisogno di uscire da lì.

Lo stesso effetto lo ha sui di noi il buio. Se in vita vostra avete provato a stare in una grotta o in un ambiente simile senza alcuna luce, sapete cosa si prova. Sembra di fluttuare, spaventosamente sospesi nel nulla, e diventa fondamentale poter toccare un punto fermo per non sentirsi persi.

Dev’essere questo ciò che prova un astronauta disperso nello spazio. Tutto si allontana, mentre il buio, il silenzio e il freddo avanzano inesorabilmente. L’universo lo attende per ingoiarlo, spalancato come una tomba di fronte a lui. Probabilmente, una volta superato il terrore, accettata l’inevitabile destino e alla fine è travolto da una grande consapevolezza. Quella di ritornare al ventre dal quale è nato. È dall’universo infatti che vengono gli atomi che costituiscono il suo corpo, nati tredici miliardi di anni prima che fossero uniti a formare una casa per la sua anima. Tutto ciò che fece quell’uomo prima di trovarsi alla deriva, quello che stava facendo e che avrebbe voluto fare perdono ogni importanza mano a mano che il buio orizzonte si avvicina. Sarà solamente il ricordo della propria umanità, dell’amore che ha dato e ricevuto ad accompagnarlo. Nient’altro che questo.

Ognuno di noi in questo periodo ha vissuto in piccolo qualcosa di simile a questa sensazione. Cercavamo di sfuggirvi con tutte le nostre forze, ma non riuscivamo a sentire il calore di abbraccio da una videochiamata, né la pressione di una stretta di mano a due metri di distanza. Era persa l’eccitazione del combattimento o la dolcezza di un morso su labbra morbide. Tutto era improvvisamente diventato pericoloso, tutti erano potenziali nemici. Diventammo prede e predatori inconsapevoli e involontari, l’uno per l’altro. L’unica arma di difesa era la distanza.

E in questa situazione orribile è successa una cosa bella: ci siamo resi conto di essere umani grazie al fatto che dovevamo vivere una vita che umana non lo era. Questo virus ci ha reso uomini, mentre noi ci eravamo convinti di essere dèi. Pensavamo che niente potesse interferire con la complessa architettura del sistema che avevamo creato. Ci sbagliavamo di grosso.

Alcuni scienziati ritengono che l’universo segua cicli di distruzione e di rinascita. Non so se sia vero, ma so che questa è la nostra occasione di farlo, di ricominciare finalmente come veri esseri umani. Perché in questa quarantena, per la prima volta dopo tanto tempo, sui balconi, nelle videochat, nel disperato tentativo di mantenerci in contatto nonostante le distanza, ci siamo sentiti una comunità.

Uniti, bisognosi l’uno dell’altro. Ripartiamo da questo.

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