Wilderness

Cammino sul bordo del fiume, salendo sulle rocce, scansando gli arbusti. Scaccio gli insetti che si alzano in volo e faccio attenzione che non ci siano serpenti sulla mia strada.

Mi muovo lentamente dove l’acqua incontra la terra, cercando di indovinare il percorso più facile, evitando le pozze che si insinuano tra le pietre. Lingue di sabbia si alternano a piccole scogliere. Se sono asciutti ci cammino sopra, godendo della loro morbidezza, se sono bagnate invece le evito, per non sprofondare. Quando non mi è possibile, ne tasto al consistenza col piede prima di avanzare. Talvolta la strada si fa troppo accidentata o la vegetazione eccessivamente fitta per procedere e allora torno indietro alla ricerca di un altro passaggio.

Il fiume scorre al mio fianco: in certi tratti pigramente, rallentando e formando pozze profonde, in altri saltellando sulle rocce a formare piccole rapide. Sulle verdi foglie degli alberelli che tentano di conquistare la ghiaia, coleotteri azzurri e crisalidi rosse di farfalle. Non c’è la presenza dell’uomo, ma solo natura selvaggia, quella che gli americani chiamano wilderness.

Per un attimo questo pensiero mi opprime: mi rendo conto che non sono fatto per questo ambiente. Diversamente dai cinghiali e dalle anatre, io ho bisogno di vestiti, scarpe, utensili, per sopravvivere qui. È buffo: possiamo dominare questi ambienti, ma solo giocando alle nostre regole.  Eppure ne sentiamo il richiamo innato dentro di noi. È così potente che possiamo resistere.

Ritorno sulla strada che corre tra il fiume e la collina, e prendo un sentiero che si inerpica sul pendio. Adesso mi trovo protetto da ampi rami e chiome verdi, che formano le volte di questa cattedrale vivente. L’aria è ovattata, e ho la sensazione di essere in un ambiente chiuso. In un certo senso, è così. Mi sembra anche d’essere osservato. Forse i ronzii, i cinguettii e i fruscii tra le foglie stanno parlando di me. Ma gli abitanti di questo luogo non devono aver alcun timore di me perché la mia presenza è pacifica.

Conquisto la sommità come un fungo che nel silenzio del sottobosco buca il suolo e si slancia in un abbraccio verso il cielo. Provo una grande gioia e un senso di pace. Poco lontano, la foresta si sta riappropriando di una casa abbandonata, come una ferita che si cicatrizza.

Guardando in basso vedo i tetti del paese, in lontananza. Dentro i loro abitanti, ognuno con i propri guai. Qui però non li sento, non me ne preoccupo. Sento solo pace nel wilderness.

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