La bestia

Arrivai in ufficio trafelato, quasi di corsa: quell’incontro mi aveva riempito di angoscia.

La sera precedente avevo ricevuto in redazione una telefonata anonima che mi aveva in qualche modo colpito. Di solito la segretaria, Betty, non mi passava neppure questo tipo di chiamate perché si trattava generalmente di false informazioni, mitomani, o semplici scherzi. Oppure di qualche vecchia massaia che vorrebbe vedere in prima pagina un articolo sui pericolosi ragazzacci che giocano a pallone vicino al suo prato. 

Quella volta no: l’informatore misterioso sapeva molte cose sul mio conto, così lei, preoccupata, aveva deciso di passarmelo. Mi disse solamente che dovevamo vederci di persona in un caffè del centro, la mattina seguente.

***

All’ora di colazione, il bar era affollato come al solito. Davanti al bancone una lunga fila di impiegati aspettavano di cominciare la loro triste giornata: l’ultimo quarto d’ora d’aria, prima di chiudersi nei loro grigi uffici. Ordinai un cappuccino e mi misi a sedere, in attesa del mio appuntamento. Erano passati più o meno cinque minuti, quando un uomo si avvicinò al mio tavolo. Indossava jeans, una felpa scura col cappuccio tirato su e occhiali da sole. Aveva un fisico da sportivo, alto e ben piazzato.

“Buongiorno, Jackson.” Disse con un tono deciso, ma che tuttavia tradiva una certa agitazione.

“Buongiorno, lei dev’essere quello che ha chiamato ieri sera il Dallas Herald, chiedendo di me. Come mi conosce?”. Non mi rispose e si sedette davanti a me. Notai che aveva un piccolo zaino su una spalla sola. Lo tolse e lo strinse a sé, con entrambe la mani.

“Chi è lei, e cosa voleva dirmi?” Chiesi, mentre una certa ansia cominciava a farsi strada in me.

“Chi sono io non ha importanza in questo momento. Mi stanno seguendo: abbiamo poco tempo prima che mi trovino. Prenda questo, lo metta in borsa e vada via subito. Non si fermi per nessun motivo finché non arriverà in ufficio. Poi chiuda la porta a chiave e legga i documenti che le sto dando. Non lo deve dire a nessun altro.” Dallo zaino, che stringeva tra le mani, estrasse un pacchetto di modeste dimensioni e me lo allungò discretamente. Prima che la zip fosse richiusa, feci in tempo a vedere il calcio di una pistola di grosso calibro e quello che mi sembrò un pugnale militare.

“Santo cielo…” Balbettai non sapendo da dove iniziare a chiedere informazioni.

“Jackson, pubblichi l’articolo sul giornale di domani. Lei è il capo redattore, perciò l’ho cercata: non deve rendere conto agli altri. Faccia in modo che il contenuto di quanto scriverà sia segreto il più a lungo possibile. E non firmi l’articolo, questo lo dico per lei. È l’unico speranza che ho, che abbiamo. Addio.” Prima di dirmi queste parole si tolse gli occhiali da sole e mi guardò dritto negli occhi. Vidi il grande, freddo, buio che aveva dentro. Mi mise i brividi: qualunque cosa contenesse quel pacco, non era una faccenda da poco.

Si alzò e se ne andò a passo svelto, senza aggiungere altro e senza girarsi. Mi accorsi che aveva una seconda pistola, infilata nei pantaloni e nascosta sotto la felpa.

Per un istante rimasi muto, con la bocca spalancata. Era una di quelle occasioni in cui ti si rizzano i peli del collo e rimani paralizzato, in preda a una sensazione a metà tra lo stupore e l’angoscia. Infilai il pacco in borsa, guardando tremare le mie mani, e me ne andai. Lasciai sul tavolo metà cappuccino, ancora tiepido. Feci esattamente come mi aveva detto l’uomo misterioso, ma guidando come se mi dessero la caccia. La mia mente era piena di paranoie. Perché capitavano tutte a me?

Arrivato in ufficio, dissi alla segretaria di non passarmi telefonate finché non le avessi detto altrimenti e di chiedere a Lynce di prendere il mio posto nei meeting editoriali di quel giorno. Infine mi chiusi a chiave, tirai giù le tende ed estrassi il pacchetto dalla borsa.

Riflettei sul fatto che in realtà, per quel che ne sapevo, si sarebbe potuto trattare di qualsiasi cosa: una bomba, o magari antrace. Osservavo la busta sul tavolo davanti a me. Decisi che non mi importava niente dei rischi: non potevo aspettare oltre. Afferrai il tagliacarte, lo infilai nel bordo superiore del pacchetto e con cautela ne tirai fuori il contenuto: erano, effettivamente, documenti. Non c’erano esplosivi o polveri strane.

Tirai un sospiro di sollievo e cominciai a leggerli: erano i fascicoli personali dei componenti di un corpo d’élite dell’esercito, sopra cui erano appuntate a matita cause e date di morte, tutte recentissime. Quello che tenevo tra le mani era del sergente Martin Newroz, morto il 20 gennaio 1984 per un incidente in moto: quattro giorni fa. Su uno dei file c’era la foto del mio informatore misterioso, in uniforme. Tenente Jonathan Rossi. Solo su questo mancava il macabro appunto a matita. All’interno del suo fascicolo c’era una lettera d’incarico firmata, relativa ad un’operazione classificata con livello di sicurezza I: top secret. Si parlava di localizzare, identificare e neutralizzare un individuo nella contea di El Paso, a partire dal primo dicembre del 1983.

Infine trovai una busta chiusa, con su scritto il mio nome. Il mio cuore batteva come una mitragliatrice mentre il tagliacarte fece nuovamente il suo lavoro.

***

Il mio nome è Jonathan Rossi e sono un tenente dell’esercito degli Stati Uniti d’America. Faccio parte del corpo d’élite denominato 1st Special Forces Operational Detachment, più noto come Delta Forces. Per oltre 10 anni ho servito il nostro paese, rischiando la vita nell’adempimento del mio dovere, sia dentro che fuori i nostri confini. Senza mai avermi a lamentare.

Oggi so che è arrivato il momento di combattere contro il nostro stesso governo che ci sta trascinando segretamente in un baratro infernale. Amo gli Stati Uniti e amo i suoi cittadini: per questo, come patriota, ho il dovere morale di agire, per il bene di questa grande Nazione.

Nel dicembre dello scorso anno, alla mia squadra fu affidata una missione molto insolita. Il teatro d’azione era un villaggio nel deserto, nei pressi di El Paso, al confine col Messico. Si erano verificate diverse uccisioni di allevatori, ufficialmente ad opera di puma affetti da una rarissima malattia. Nessuno credeva a questa versione, e il nostro arrivo doveva essere mantenuto segreto. Sapevano perfettamente che se la nostra presenza fosse trapelata, sarebbe stata la pietra tombale sulle bugie che le autorità stavano raccontando ai locali. Non si mobilita l’esercito per un grosso gatto rabbioso.

Mentirono anche a noi, dicendoci che avremmo dato la caccia a un serial killer che faceva parte di una pericolosa setta religiosa. Era molto strano che affidassero a noi un compito simile, ma non facemmo domande: il compito di un soldato è servire e obbedire.

Ci informarono che avremmo assistito a scene disturbanti, perché questo assassino infieriva sulle vittime, ma nessuno di noi poteva immaginare cosa ci saremmo trovati di fronte. Bambini divorati a metà, arti mutilati, corpi smembrati. Non avevo mai visto niente di simile, neppure nelle operazioni di guerra. Più vedevamo, più capivamo che non poteva essere opera di un essere umano. Cominciammo a chiamarlo “la Bestia”.

Mano a mano che seguivamo le sue tracce, il morale degli uomini si faceva fiacco e compariva la paura. Siamo addestrati a combattere e a gestire lo stress. Ogni soldato sa che il pericolo e la morte sono rischi di ogni giorno, ma nessuna era preparato per affrontare un nemico d’ombra. Gli davamo la caccia seguendo la scia di sangue che lasciava dietro di sé. Un biologo, che non ci fu mai presentato, ci affiancava nella ricerca. Tracciava su una mappa gli spostamenti dell’essere, e raccoglieva campioni di feci. Aveva un accento del nord, e lavorava per qualche istituto di ricerca militare.

Una notte riuscimmo finalmente a vedere la Bestia con un binocolo IR: sembrava davvero un essere umano, ma si comportava come un animale selvatico. La perdemmo, ma all’alba gli eravamo di nuovo addosso. Si infilò in una piccola caverna tra le rocce, per dormire. Era il momento di agire.

Avevamo l’ordine di sparare per uccidere, bisognava colpire al cuore. La testa non doveva subire assolutamente nessun danno, ci spiegò il biologo. Prendemmo posizione chiudendo ogni possibile via di fuga, e senza fare alcun rumore, ci preparammo a colpire l’obiettivo. Erano le 5.30 del 15 dicembre.

Fui io che lanciai nella grotta la granata assordante. Contai con le dita fino a tre, poi ci fu l’esplosione. Ci precipitammo dentro.  Nella nebbia, quello che sembrava un essere umano mi si parò davanti. Emetteva un grido straziante e, pur essendo stordito dal rumore, era già pronto a combattere. Alzò un braccio come per darmi un pugno, ma gli sparai in mezzo al petto prima che riuscisse a colpirmi. Cadde a terra. Lo circondammo immediatamente. Il soldato Mendoza gli sparò un secondo colpo, più preciso, dritto al cuore. Ci fu un silenzio surreale, poi ci avvicinammo all’essere, ormai immobile nel suo sangue. Era senza dubbio un uomo. Ci scambiammo sguardi increduli.

Il biologo, che aspettava fuori, entrò nella grotta portando con sé un sacco per cadaveri. Guardò il morto e poi noi, che gli stavamo intorno. Si chinò e lo toccò sul collo, per sentire se ci fosse ancora battito nella carotide. Poi ci ordinò di impacchettare il corpo, senza darci nessuna spiegazione, ed uscì fuori a telefonare.

“Pronto, Generale?…” Gli sentimmo dire mentre lasciava la grotta. 

Senza dire una parola, cominciammo a spostarlo, ma subito prima di chiudere il sacco, mi accorsi di un foglio di carta che spuntava dalla tasca ormai logora di quelli che erano stati pantaloni di velluto. La estrassi e la aprii: era una lettera scritta a mano. Ci guardammo l’un l’altro e, in silenzio, i nostri sguardi convennero che avevamo diritto di sapere.

Ciò che leggemmo, fu qualcosa che non avremmo mai immaginato. Nelle settimane che seguirono, molti uomini non riuscirono a portare quel peso da soli e ne parlarono con lo psichiatra dell’esercito. Fu allora che decisero di ucciderci. Il segreto era più prezioso dei suoi portatori. Delle dieci persone che parteciparono all’operazione, solo io sono ancora vivo, ma forse quando leggerà queste parole, avranno terminato il lavoro.

Allegato a questa lettera, troverà il biglietto originale, che l’uomo, o la Bestia, o comunque lo si voglia definire, aveva con sé quando lo uccisi. Pubblichi tutto, Jackson. Lei è la mia unica speranza.

Non credo che potrò leggere il suo articolo, ma se riusciremo a raggiungere i cittadini americani, il nostro sacrificio non sarà vano. Sarà il nostro ultimo servizio alla nazione.

Grazie. Addio.

***

Insieme alla lettera del tenente c’era un foglio molto macchiato e stropicciato, scritto a mano con una calligrafia diversa dalla sua. La mia paura si era adesso fatta terrore. Mi sembrava che il mondo intorno a me fosse più scuro, come in un incubo. Cominciai a leggere, non senza difficoltà, quelle poche righe sbiadite.

Io, prof. Edward Schwartz, medico dell’Istituto Militare di Neuroscienze, a coronamento del progetto di ricerca sulla coscienza e i freni inibitori che dirigo da oltre tre anni per conto dell’esercito, sto per compiere un esperimento che cambierà la storia del mondo. Se riuscirò nel mio intento, darò al mio paese guerrieri perfetti e, all’intero genere umano, la libertà da ogni forma di dolore psicologico.

Secondo le mie teorie e le prove empiriche che ho raccolto in questi anni, le molecole che costituiscono le strutture del cervello umano, ed in particolare della neocorteccia, assumono al momento della sua formazione un particolare stato quantico. Dispongono i propri orbitali elettronici in un livello che la fisica definisce eccitato, assorbendo dall’universo una certa quantità di energia. È straordinario, perché abbiamo finalmente descritto con leggi scientifiche ciò che comunemente le religioni chiamano “anima”.

Sono ragionevolmente certo che sia questo particolare stato molecolare a differenziare il cervello umano da quello di tutti gli altri animali, molto più delle differenze fisiche e fisiologiche. Ebbi anche modo di osservare su numerosi moribondi che, al momento del decesso, prima che inizino i fenomeni degradativi, si verifica immediatamente un rapido decadimento dello stato quantico. L’energia che era stata immagazzinata, l’”anima”, ritorna all’universo.

Collaborando con i colleghi dell’Istituto Fisico Militare, misi quindi a punto un metodo, basato sull’impiego di campi magnetici oscillanti, che avrebbe indotto questo passaggio di stato su un soggetto vivo. Purtroppo, la sperimentazione sull’essere umano mi fu impedita a causa dei rischi eccessivi che furono ravvisati in questa mia proposta.

Insistetti che nessun animale che avevo studiato, dai topi alle scimmie, presentava lo stato quantico tipico dell’uomo, ma che erano -nonostante ciò- vivi. Portare il nostro cervello al loro livello non avrebbe affatto significato morire, ma semplicemente eliminare il pensiero astratto. Non l’intelligenza, intesa come potenza di calcolo -si badi bene- che sarebbe rimasta pressoché intatta, ma solamente liberarsi dalla coscienza. Guarire tormenti interiori, sensi di colpa, false speranze. Non essere più servi  della morale, della trascendenza e delle emozioni. Poter fare finalmente a meno del peso dell’anima.

Un uomo che raggiungesse questo stato, non avrebbe più debolezze. Sarebbe stato guidato solo dall’istinto e dal pensiero funzionale. Immaginatevi: nessun pentimento, nessuna paura della morte, nessuna esitazione. La fine di tutte le inutili utopie, di tutti gli dei venerati e temuti. La libertà dalle emozioni e dai sogni. L’esercito avrebbe avuto combattenti perfetti, la scienza sarebbe potuta avanzare senza stupidi limiti etici, i politici sarebbero stati guidati solo dal ragionamento logico. Come algoritmi perfetti, senza fronzoli e senza scrupoli. Avrei donato al mondo la realtà di un futuro utopico.

Per questo, maturai la decisione di farmi cavia del mio stesso esperimento. Nel caso l’esperimento si concludesse nel peggiore dei modi, scrivo queste poche righe perché la mia ricerca venga proseguita e portata a termine, perché il mondo possa progredire spogliandosi da ogni sovrastruttura, scoperchiando ogni cielo sopra le nostre teste.

Oggi, lunedì 31 ottobre 1983, sono seduto nel mio laboratorio in attesa di indossare il casco ed avviare l’accumulatore. Solo il Dott. Martin Renoir, il biologo che mi assiste con grande professionalità fin dall’inizio di questo progetto, è presente. Insieme, proprio in questo giorno di Halloween, mentre il mondo celebra l’irrazionalità ed esorcizza la propria paura di un aldilà inesistente, noi stiamo per sfidare le superstizioni e l’oscurantismo. Aspetto che i campi magnetici eliminino dal mio cervello ogni freno inibitorio. Sarò il primo essere umano senza paura, senza debolezza. Senza anima. In un certo senso, non sarò più neppure un essere umano.

***

Avevo appena finito di leggere, quando telefono squillò, facendomi sobbalzare sulla sedia. Era Richards, uno dei cronisti.

Buongiorno capo! C’è stato un omicidio in centro vicino al caffè Old Town. Mi sto precipitando lì, ti chiamo da un telefono pubblico. Alcuni passanti hanno assistito alla scena. Rapina finita male: un gruppo di persone ha aggredito un uomo per prendergli uno zainetto. Uno dei rapinatori ha fatto fuoco prima di fuggire. Ti tengo aggiornato.

Riagganciai, senza dire niente.

Uomo…” Pensai tra me e me. Quella parola arrivava alla mia mente con un suono che mai prima d’ora aveva avuto.

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