Racconto di Natale #2

[DISCLAIMER: questo racconto natalizio tratta temi e utilizza un linguaggio non adatto ai bambini]

Il buio era ormai calato quando decisi di uscire. Le luci intermittenti sulle facciate delle case si riflettevano sulla strada, illuminando la neve accumulata ai bordi con sequenze di colori. Dalle finestre vedevo sagome di alberi di Natale nel tepore delle sale da pranzo: l’intimità dei nidi altrui mi si offriva sfacciatamente.

Ero nauseato da questa insopportabile aria di festa. Cosa diavolo c’era da festeggiare?

Il mondo intero non era che un sudicio orinatoio abbandonato in qualche angolo d’universo. Dietro le stelle non c’era niente: solo un cielo vuoto, senza significato. Eppure le famiglie ostinatamente si riunivano, anno dopo anno, per il pranzo natalizio. Poi, dopo aver mangiato e bevuto ben più del necessario, qualcuno andava a prender freddo tra le vetrine abbaglianti del centro, mentre altri rimanevano a casa, trascinando il tempo in stupidi giochi e inutili chiacchiere.

Io invece non appartenevo a nessuna di queste due categorie: avevo pranzato da solo e mi ero messo alla tv. Volevo rilassarmi un po’, ma non potevo: troppo ricordi. Era un giorno come un altro, eppure non riuscivo a stare in quella maledetta casa. Non a Natale. Non senza Adele.

Così avevo deciso di fare qualche passo fuori. Nel mio quartiere ero al sicuro: in queste strade residenziali non rischiavo di incontrare nessuna faccia sorridente del cazzo. “Passeggiare nel freddo forse mi schiarirà le idee” – avevo pensato prima che arrivasse l’ansia. E adesso quella stronza non se ne voleva proprio andare. Potevo solamente lasciar passare l’onda, ma non potevo fermarla. Dovevo solo respirare, e continuare a camminare.

La razionalità non basta a dominare la nostra mente, perché alla fine rispondiamo agli istinti, che ci trascinano qua e là, in balia delle leggi della chimica. Hai presente quando vai dal parrucchiere? C’è la sciampista, che magari è pure bruttina. Eppure lei comincia a insaponarti i capelli, e bam! Ti viene un’erezione. Non ci hai pensato, non ci stavi minimamente pensando. Non c’è alcuna idea, alcun sentimento: sono solo ormoni, fottuta chimica. Azione e reazione, e non puoi farci niente. Questo è quello che siamo.

Questo sono io: un pezzo di carne sopravvissuto alla sua stessa fine. Erano già trascorse tre settimane da quando lei se ne era andata lasciando di sé solo il suo odore, dimenticato su qualche vestito che non avevo avuto il coraggio di buttare. E cinque anni di ricordi, vividi come pugnalate. In compenso però si era portata via il mio cuore e la mia anima, rendendomi vuoto.  

Mentre ero perso in questi pensieri entrai nel parco. Era bello camminare sul sentiero coperto di neve: un silenzio d’ovatta mi avvolgeva, mentre l’ansia finalmente cominciava ad acquietarsi, disperdendosi tra i lampioni e le querce nere che mi circondavano.

Camminavo verso la fontana che si trovava poco distante dall’ingresso, quando m’accorsi un uomo avanzava dietro di me. Mi girai per controllare: un vecchio senzatetto con una lunga barba bianca. Si trascinava stancamente, portando su una sola spalla un grande zaino logoro.

Buon Natale, amico. Hai qualcosa da darmi?” Chiese con voce leggermente tremante, non appena s’accorse che lo guardavo.

“Non ho niente, vecchio. Lasciami stare” Risposi, proseguendo sulla mia strada.

Era un po’ più indietro, ma sentii distintamente che diceva: “Oh, lo vedo che non hai niente.” Mi fermai perplesso.

“Cosa vorresti dire?” Chiesi.

Non disse niente e continuò a muoversi verso di me. Quando fu vicino mi guardò negli occhi. I suoi erano grandi e d’un azzurro d’estate, e aveva un’espressione aristocratica che mal si abbinava al suo aspetto da straccione.

Si vede, ho detto. Che non hai nulla si vede da lontano. Non hai più neppure te stesso.

Pensai che fosse matto, ma nel modo in cui parlava c’era un qualcosa di magnetico e autorevole. Mi trasmetteva una strana tranquillità.

“Perché mi dici questo?”

Beh, un uomo che cammina da solo al buio nel parco, il giorno di Natale… Un vecchio barbone è un conto, ma tu? Non hai nessuno con cui stare?

“No”

Già. E non hai più neppure te stesso, ma sappi non lo troverai passeggiando da solo nel parco. O forse sì, chissà.

Più la conversazione assumeva toni surreali, più mi ci trovavo immerso dentro. Per qualche motivo non riuscivo ad andarmene e mandare il vecchio a quel paese.

Decisi di capire cosa volesse dire.

“E tu? Tu hai te stesso?” Gli domandai.

È letteralmente l’unica cosa che ho, ed è per questo che sono felice. È più facile in questo modo.”

“Più facile?”

Sì, perché la mia felicità non dipende dagli oggetti, né dai legami, ma solo da me.

“Essere senza legami non dà felicità… fidati di me, vecchio.” Dissi tristemente.

I legami autentici danno felicità, ma non ne sono condizione indispensabile: quella si chiama dipendenza. E quando un legame si interrompe non si può impazzire per sempre di dolore: quello è possesso. In queste condizioni, si perde se stessi.

Sentivo che in qualche modo stava parlando di quello che mi era successo. Mi sentii galleggiare in quel placibo oceano di calma in cui si trova il nostro cuore quando si sente capito.

Che dovrei fare allora?

“Capisci gli altri, prova le loro emozioni, cerca te stesso in loro. Ma sii distaccato, senza desiderare mai il controllo né la proprietà. Sii aperto ad amarti e ad amare”

In modo quasi istintivo, detti al vecchio qualche moneta.

“Grazie, che Dio ti benedica. Buon Natale.” disse lui, riprendendo a camminare sul sentiero, prima di sparire nel buio del parco.

Intuiva di aver appena ricevuto una lezione preziosa, anche se non ne afferravo del tutto il senso. Mi avviai verso casa, ma questa volta con il cuore leggero.

Quando fui quasi davanti alla porta mi sentii chiamare.

Michael! Eccoti! Buon Natale!” Era Judit, la nuova vicina di casa. Non la conoscevo quasi per nulla perché era arrivata nei giorni travagliati della rottura con Adele, e non c’era quasi mai stata occasione di parlarle.

“Ciao Judit, buon Natale. Ero a fare due passi al parco, c’era un barbone strano. Ma che ci fai qui?”

Ah sì, lo so, gira da queste parti da qualche giorno. Si fa chiamare Babbo Natale. Tipo strano, vero? Pare sia mezzo matto.” Disse sorridendo e poi, dopo una pausa di qualche secondo aggiunse:

Beh, ecco, ti volevo chiedere se avessi voglia di fare un brindisi insieme. Sai, per festeggiare il Natale. Tra vicini di casa, per fare conoscenza. Se non disturbo.

Che strana sensazione di libertà e completezza: non volevo niente, non cercavo niente: né una storia, né un amicizia. Non ero ossessionato dal dover creare un legame, ma la semplice possibilità, il solo pensiero degli infiniti scenari che si sarebbero potuti sviluppare, mi dava un senso di gioia e mi rendeva genuinamente felice.

Mi venne da sorridere come non accadeva da un po’. “Volentieri” – risposi.

Aprii la porta di casa e la invitai a entrare. Il buio era ormai calato, interrotto dalle luci intermittenti delle decorazioni sulle facciate. Chiudendo la porta mi soffermati un istante ad ammirare il cielo pieno di stelle come gli occhi dei bambini. Entrai e il tepore mi avvolse, facendomi dimenticare la neve sulla strada congelata. Era Natale e c’era una bella atmosfera di festa. Anche io, finalmente, mi sentivo felice.

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