La ragazza nella nebbia

La vecchia e rumorosa Fairmount rossa percorreva le strade di una Bangor che lentamente si stava svuotando. Era una di quelle fredde sere d’ottobre che precedono e annunciano il gelido inverno del Maine.

“Beh, quella del coccodrillo nelle fogne di New York è sicuramente la più famosa di tutte, ma le leggende metropolitane sono davvero numerose, non è vero Rob?”

“Ma certamente, Madison. Come sanno bene i nostri ascoltatori, che continuano a segnalarcene tantissime, note e meno note al pubblico americano… Questa sera nella nostra rubrica parleremo di quella dell’autostoppista fantasma…”

“Ah! Bellissima quella! Una delle più vecchie e famose… il fantasma che chiede un passaggio in auto per lasciarti un messaggio, non è vero? Magari per metterti in guardia da qualcosa…”

“Esatto…”

Katy cambiò canale radio: l’aspettava una mezz’ora di macchina fino a casa, a Clifdon, dopo una lunga giornata di lavoro e non aveva assolutamente voglia di ascoltare una noiosa rubrica radiofonica su assurdità buone solo per romanzetti alla Stephen King.

“If you could see yourself now, baby… It’s not my fault, you used to be so in control… You’re going to roll right over this one”

 La nuova canzone dei REM.

Questa no!” Pensò, spegnendo la musica.

Prese il ponte e svoltò sulla statale, mentre la nebbia del Maine si alzava lentamente dai campi, coprendo ogni cosa. Tutto sfumava e appariva indefinito mentre il buio e il pallore della foschia divoravano il paesaggio.  

Dopo qualche minuto vide in lontananza quella che sembrava una sagoma umana in piedi a bordo strada. Katy sobbalzò per quell’inaspettata immagine spettrale.

Mano a mano che l’auto si si avvicinava, la figura diventava più nitida finché non apparve chiaramente una ragazza che faceva l’autostop. Sembrava essere più o meno sua coetanea, sui venticinque anni. Aveva un’aria triste e dimessa.  

“Cosa ci farà una ragazza tutta sola qui in mezzo alla campagna?” pensò.

Non posso farla salire, Ryan mi ammazzerebbe se lo sapesse… Ma non posso neppure lasciarla qui, in mezzo al nulla: non potrei resistere al pensiero che potesse succederle qualcosa?” Katy era combattuta sul da farsi, mentre la giovane cercava di farsi vedere.

La superò, lei tirò giù il braccio che sporgeva verso la strada e cominciò a camminare lentamente. Katy la osservava dallo specchietto retrovisore perdersi via via nella nebbia che ingoiava la campagna. Inchiodò, fece marcia indietro. Non poteva lasciarla lì.

La sconosciuta era vestita casual: jeans, Converse e una giacca in velluto gialla. Era molto pallida e aveva un’aria malinconica nei suoi grandi occhi azzurri.

“Ciao! Grazie di esserti fermata! Vado a Clifdon, puoi portarmi un po’ in là?”  

“Vado anche io a Clifdon, sali. Però ti lascio all’inizio del paese, OK?” Nella voce di Katy traspariva una sottile ombra di preoccupazione.

“Grazie”.

“Piacere, mi chiamo Lauren.”

“Io sono Katy, piacere mio.”

Ryan non deve saperlo, diventerebbe una belva!” pensava Katy tra sé e sé

“Non ti ho mai vista a Clifdon.”

“Perché non ci vivo. Non più ormai, ma ci ho vissuto.” La voce di Lauren era dolce e triste, come quella di una bambina appena rimproverata.

“Strano, non mi ricordo di te. Beh, buon per te che non vivi più in posto di merda come Clifdon! Ma, cosa ci stai andando a fare a quest’ora, e per di più a piedi?”

“Vado a trovare un’amica, solo per stasera, e ho perso l’autobus”.

“Capisco.”

“Senti, non devi dire a nessuno che ti ho dato un passaggio, ok? Nemmeno alla tua amica! E ti faccio scendere all’inizio del paese, non dopo! Il mio ragazzo non vuole…”

“Ok, anzi non preoccuparti perché devo scendere proprio prima del paese” Disse la giovane sorridendo, e dopo un breve silenzio aggiunse con voce triste, tenendo lo sguardo basso, verso le proprie mani giunte “Anche il mio ragazzo si arrabbia molto, sai…”

Katy rimase in silenzio per qualche momento. La tristezza la lambì come un’onda improvvisa, lasciando subito dopo il posto alla vergogna.

Stupida, stupida, stupida!!! Sei proprio stupida, ha ragione Ryan! Ma cosa sei andata a raccontare a una sconosciuta!” Katy arrossì leggermente ma dentro di sé la sua voce interiore urlava.

“Beh… no, Lauren, ecco… io non intendevo dire che il mio ragazzo sia troppo irascibile… solo che… sai come sono i maschi… loro sono così, sanguigni, gelosi… ecco… istintivi…”

“Il mio si arrabbia troppo. A volte mi fa paura.”

Katy evitò di guardarla, per non farle capire che il loro dolore era lo stesso. “Raccontami di te. Che fai nella vita?” Disse con tono positivo, cercando di sviare il discorso.

“Facevo la cameriera in una stazione di servizio. È lì che ho conosciuto Kevin”

“E adesso?”

“Adesso non faccio più niente”

“E ti mantiene Kevin? …Buon per te!”

La sera aveva ormai terminato la sua corsa e conquistato interamente quella terra di nessuno, abbandonata in balia di una natura spietata.

“Sta per arrivare l’inverno… senti che freddo! Quest’anno nevicherà molto, temo” Katy si strinse nel giubbotto. “Sei matta ad andare in giro a piedi vestita così, te!” aggiunse guardando verso Lauren “Non hai freddo?”

“No, non soffro più molto il freddo. Prima sì, un tempo ero freddolosa.”

Era davvero strana questa ragazza. Mansueta, gentile, eppure a sua presenza causava una strana tensione, un’atmosfera elettrica e carica d’ansia. Katy non vedeva l’ora di arrivare e dimenticarsi di quell’incontro.

“Sai, Kevin all’inizio era molto diverso. Era gentile, mi trattava bene, e mi fece innamorare. È cambiato col tempo”

Oh no, adesso torna alla carica… Non voglio parlare di questo… Ok, cerca di farla parlare senza dire niente, sii evasiva… tra non molto saremo arrivati!” La voce interiore di Katy la calmò con saggezza.

“I maschi sono fatti così!”

“Non lo so, non credo… mio padre non era così con mia madre. Forse non tutti i maschi sono fatti così”

“Forse”

“Nemmeno Kevin lo era. Oppure lo è sempre stato ma me l’ha mostrato solo a un certo punto.”

“Lauren, se hai problemi con il tuo ragazzo, perché non ne parlate?”

Lauren rimase in silenzio, assorta. La sua carnagione pallida sembrò ancora più chiara, quasi cadaverica.

“Katy, il problema sta lì… lui non mi parla, non più… lui mi picchia.”

Un silenzio di tomba esplose all’interno della macchina, gelido e brutale come una strada ghiacciata, forte come un cazzotto in faccia.

Katy si sentì dapprima terrorizzata, non sapeva cosa fare e cosa dire. Rimase impassibile, in silenzio, lo sguardo fisso sulla strada. Passarono i minuti e sembravano secoli, sospesi, galleggianti nella fredda nebbia del Maine.

“Io… io… ti capisco…” balbettò, infine.

“Lo so, l’ho capito subito” Rispose Lauren, sorridendo, come fosse un’amica.

“Come è cominciato? Voglio dire… quando… come… il tuo ragazzo ha iniziato a… a essere così con te”

“Una sera, dopo una festa. In quel periodo litigavamo molto, e quella sera avevamo bevuto entrambi. Litigammo ancora. Fui io a colpirlo per prima, con uno schiaffo… non avrei mai immaginato il seguito. Lui mi guardò con uno sguardo terribile, acceso di rabbia, come se si fosse liberato un istinto che covava. Mi colpì con forza, in faccia. Tutto divenne buio, ricordo che caddi. Il giorno dopo si scusò, e io lo perdonai. Pensai che alla fine ero stata io a provocarlo e che eravamo ubriachi. Ma poi successe ancora, sempre più spesso, con violenza sempre crescente…”

Katy ascoltava in silenzio.

“Credo che cominci sempre così… come una scintilla in un fienile: si accende un piccolo fuoco, che cresce e alla fine divampa” disse Lauren

“Credo di sì…” rispose Katy

“Avrei dovuto lasciarlo subito, la prima volta. Me lo dissero tutti: mia mamma, le mie amiche. Ma non è facile.” Lauren parlava con aria calma e triste, come chi parla di eventi traumatici di un lontano passato.

“No, non lo è… Tuo padre che fece? I tuoi fratelli?”

“Mio padre non so chi sia, e non ho fratelli”

“Anche la mia famiglia abita lontano, fuori dallo stato”

“Noi siamo fragili, sai Katy? E loro se ne approfittano, rovesciando su di noi le loro frustrazioni per sentirsi meglio. E questo è malato, è una cosa che richiede un aiuto professionale. Loro non ci amano, semplicemente perché non sono psicologicamente nelle condizioni di poter amare nessuno. Ci ho messo molto a capirlo…”

“Questo non è vero! Ryan sa essere dolce… Io credo che a suo modo mi ami”

“In fondo ha ragione, lo so… Eppure mi sento mancare la terra da sotto i piedi, mi sento sprofondare nell’abisso. Cosa potrei fare da sola? La mia vita è un fallimento. Io sono un fallimento” pensò Katy.

“No Katy, Ryan ama un’immagine distorta di te che ha nella sua mente disturbata. Riflettici: come potrebbe farti del male se davvero ti amasse?”

Gli occhi di Katy, quei grandi occhi scuri da cerbiatto, si riempirono di lacrime calde e salate.  

“Ti sbagli. Sai, la colpa è anche mia: spesso mi comporto in modo stupido e lo provoco.

Lauren sorrise. “È questo che alimenta la spirale che ci trascina sempre più a fondo: il nostro senso di colpa, di inadeguatezza.”

“Cosa intendi dire?”

“Li giustifichiamo perché la nostra insicurezza ci fa credere di non essere all’altezza. Pensiamo che se noi fossimo diverse loro non agirebbero così, che in fondo la colpa è nostra perché siamo pesanti e stupide. Non capiamo che il problema è loro, è la loro insicurezza, non la nostra. Il loro bisogno di imporsi su altri per nutrire il loro ego”

“Cosa pensi che dovremmo fare?”

“Fuggire. Prima che sia troppo tardi. Prima che ti mandi all’ospedale e poi al cimitero. Perché lui non si fermerà: sarà sempre peggio, e tu non puoi aiutarlo.”

“Tu non sei fuggita però”

“No, ma avrei dovuto farlo. L’ultima volta che ho visto Kevin, lui era stanco ed affamato. Era molto nervoso, per problemi sul lavoro, con il capo. Mi ha chiesto cosa avessi preparato per cena, ma io ero rientrata tardi perché ero con un’amica. Così lui si arrabbiò come una furia, poi mi attaccò con le sue solite gelosie e cominciò ad insultarmi. Io piangevo, cercavo di rispondere a quelle parole così cattive, ma non facevo che aumentare la sua ira. Non riuscivo a capire perché mi stesse facendo tutto questo. A me, alla persona che avrebbe dovuto amare e proteggere. Non me lo meritavo… Glielo dissi, glielo urlai. Gli dissi che non ne potevo più di tutto questo, di questa vita orribile. Che tutto era cambiato e che non mi andava più bene così. Cominciò a spingermi e poi mi picchiò. Mi faceva male, davvero male. Avevo paura, mi usciva il sangue da qualche parte, credo dal naso. Lo sentivo scendere dal viso a sporcare la camicetta e il pavimento. Allora reagii, fu semplice istinto di sopravvivenza. Non avrei mai pensato di arrivare a desiderare di fargli del male. Afferrai una padella e mi avventai su di lui, ma mi schivò e me la tolse di mano. Alla fine fu lui a colpirmi con quella.”

Katy rimase a bocca aperta.

“Ma non hai segni addosso… una tale violenza avrebbe dovuto lasciare delle cicatrici…”

“Le cicatrici ormai non ci sono più. È stato molto tempo fa…”

“Ma allora sei fuggita? Non capisco…”

“No Katy, come ti ho detto non sono fuggita, quello è stato il mio errore. Avrei dovuto farlo, ma era troppo tardi. Non ripetere il mio errore: vattene, scappa… non aspettare ancora.”

Lauren sembrava più pallida che mai, probabilmente il ricordo dell’evento l’aveva scossa. Parlava a voce sempre più bassa, sempre più distante. Nel frattempo si intravedevano le prime case del paese, poco più avanti.

“Ecco, sono arrivata, fermati pure” disse.

Katy fermò l’auto. Si trovavano in campagna, poco prima dell’ingresso del paese. Era ancora confusa dal racconto della sconosciuta, non riusciva a capire…

“Qui? Ma qui non c’è nulla!” Chiese sovrappensiero.

“Sì: è qui, non preoccuparti. Grazie, ciao. E in bocca al lupo”

Lauren scese di macchina scomparendo nella nebbia verso il piccolo cimitero che precedeva Clifdon.

Katy ripartì: era tardi e forse Ryan era già a casa. Ebbe un brivido ripensando a quella ragazza così strana e inquietante.

“Cosa avrà voluto dire? Non era scappata in tempo? La storia che ha raccontato sembrava tanto inventata: se davvero il suo ragazzo l’avesse colpita con una padella, come avrebbe potuto non avere segni? A pensarci bene, il racconto della sconosciuta ricordava tanto un evento di cronaca realmente accaduto nel paese, quando ero piccola. Una ragazza uccisa dal fidanzato con una padella durante una lite, o qualcosa di simile… Ah… ho capito, doveva essere una matta, una vagabonda che ha saputo questa storia e che la racconta a chiunque gli dia un passaggio… ed ecco perché si è fatta lasciare in campagna”

A meno che…” Katy fu attraversata da un brivido di terrore. “Ma no, sciocca, perché pensi a cose così stupide…”

L’auto si avvicinava a casa, si intravedeva già il pick-up di Ryan , che doveva essere rincasato da poco.

Parcheggiò l’auto ed entrò in casa. La TV era accesa sul notiziario e c’era odore di sigaretta, segno che Ryan era nervoso.

“Ciao!”

“Katy, ho avuto una giornataccia al lavoro con quel pezzo di merda del capo… Si può sapere dove cazzo eri? Muoio di fame, cosa c’è per cena?”

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