Sa Pedra Magica

Saverio, come tutte le mattine, aveva attraversato una Milano nebbiosa, non ancora intrappolata dal traffico convulso, ed era arrivato in ufficio di buon’ora, ben prima dei suoi dipendenti.

L’azienda che il padre gli aveva lasciato era la sua vita. In fondo non aveva nient’altro da quando lei se ne era andata. Il suo mondo si era ristretto sempre più, fino a stargli aderente addosso, mentre intorno a sé creava un immenso deserto. Nessun amico, nessun interesse: solo tanta solitudine.

Era ben diverso dal vecchio fondatore, un uomo buono e gentile che aveva lasciato un bel ricordo di sé. Saverio era tutto l’opposto: un uomo oltremodo sgradevole, sempre arrabbiato.

Seduto alla sua scrivania, guardava accigliato i documenti che la segretaria gli aveva preparato. Nonostante gli spessi occhiali doveva stringere gli occhi e sforzarsi a leggere perché la sua vista calava inesorabilmente anno dopo anno. Era un cinquantenne che sembrava un vecchio, appesantito anche dall’espressione imbronciata che l’accompagnava sempre.

Il telefono squillò, interrompendo le giravolte della sua mente.

“Pronto?”

Ingegnere, buongiorno! Ho in linea il notaio Magu, per lei.” Disse la segretaria con voce sommessa e ossequiosa.

“Chi?! Non so chi sia!” Rispose Saverio innervosito.

Notaio Magu, ha detto. Chiedeva espressamente di lei, ingegnere.

“Va bene, me lo passi!” Rispose seccamente, già colmo d’ira. La segretaria provò un misto di rabbia e di pena per quel grasso uomo ostaggio dei fantasmi della sua mente.

“Pronto?”

Buongiorno.” Disse una voce posata e gentile, che doveva appartenere ad un uomo molto anziano con uno strano accento. “Sono il notaio Donato Magu, parlo con l’ingegner Saverio Rinati?

“Sì: sono io, salve. Mi dica.”

Scusi il disturbo, ingegnere. Noi non ci conosciamo, ma io sono il notaio che si sta occupando dell’eredità del suo defunto prozio, il fu Sig. Gavino Neu – Reposi in paghe! [1] –. A proposito, mi dispiace molto per la sua perdita.

“Chi scusi? E’ uno scherzo?! Non mi faccia perdere tempo! Guardi che se è uno scherzo, se ne pentirà amaramente!” Saverio alzò la voce.

No, ingegnere! Ci macherebbe! Faeddhendhe cun rispettu [2], sono un pubblico ufficiale e non posso fare scherzi nello svolgimento delle mie mansioni!” Il vecchio notaio prese fiato prima di continuare. “Il defunto Sig. Neu era cugino di suo padre; per l’esattezza mi risulta che fosse figlio unico di Silvano Neu, fratello di suo nonno materno, il Sig. Bonariu Neu. Dal momento che il povero Gavino ha lasciato questo mondo senza moglie e figli, il dott. Teraccu, sindaco di Mammajanas, che è il comune dove insiste la tenuta di Sa Pedra Magica, mi ha incaricato di avviare una ricerca per non lasciare la tenuta stessa senza proprietario. Può sembrare strano a voi continentali, ma noi siamo una piccola comunità montana, e per noi è importante.” 

“Non sapevo niente, non ho conosciuto nessuno di loro”. Disse Saverio con tono di sincera sorpresa.

“Immagino. La prego di farmi sapere quando potrebbe venire a visionare i documenti nel mio ufficio, che si trova non lontano dalla tenuta di Sa Pedra Magica, oggetto del passaggio ereditario“.

“Senta notaio, ma esattamente di cosa si tratta? Ci sono immobili? Campi? L’area è sottoposta a vincoli? Quanto varrebbe il terreno?” Chiese Saverio con piglio imprenditoriale.

Seguì qualche istante di silenzio in cui gli parve di sentire nella cornetta un leggero sospiro.

Si tratta di un terreno boschivo posto sulla costa di un massiccio montuoso, che si estende fino sulla vetta. E’ piuttosto grande, circa 1.000 ettari. Vi insistono piccoli immobili storici, quali rifugi di pastori, ma non mi risulta ci siano abitazioni. Per quanto riguarda la presenza di vincoli paesaggistici o di altra natura, stiamo eseguendo le necessarie verifiche presso gli uffici competenti. Infine, per quanto riguarda il valore, sarebbe opportuno farlo stimare da un perito. Se posso darle un parere personale, che esula dai miei doveri professionali, le suggerisco di visitare la tenuta di persona, perché è un luogo davvero speciale.

“Naturalmente! Voglio comprenderne a pieno le potenzialità economiche! Potrei venire il prossimo lunedì, vedo su internet che ci sarebbe un volo domenica.” Saverio adesso era lanciato, immaginandosi i progetti e i guadagni che avrebbe potuto sviluppare.

D’accordo, ingegnere: lunedì alle 9. Arrivederci.

“Arrivederci! Grazie.” Salutò Saverio, squillante.

Nei giorni che lo separavano da quel viaggio inatteso, Saverio indugiò a immaginarsi quel luogo misterioso, stupendosi della curiosità che suscitava in lui, quasi come se esercitasse un qualche tipo di richiamo. Fece molte ricerche, scoprendo che Mammajanas era un villaggio remotissimo del Supramonte, disperso tra alte gole calcaree e foreste quasi vergini, nel cuore selvaggio della Sardegna. Non sembrava esserci niente di interessante e le uniche indicazioni che trovò furono un gran numero di leggende popolari: folletti, fate e altre sciocchezze da pastori analfabeti, buone forse a intrattenere qualche turista boccalone.

Anche il suo lontano parente sembrava comparso dal nulla. Trovò da sua mamma una vecchissima foto tutta sbiadita, che doveva essere appartenuta a suo nonno. Era piena di mocciosi sconosciuti, vestiti in modo ridicolo. Vicino alle piccole teste di quei monelli erano appuntati dei nomi, scritti con calligrafia illeggibile. Su uno di questi, con un po’ di fantasia, si poteva leggere “Gavino Neu“. Dietro la foto una nota: Nugoro [3], 1957.

La sera prima della partenza Saverio non riuscì quasi a dormire a causa di una strana eccitazione ed inquietudine che lo pervadeva. Ogni volta che riusciva a chiudere occhio, faceva sogni strani, popolati di strane creature che lo osservavano.

Mamajanas era un minuscolo paese, disperso su chissà quale collina del Supramonte. Un luogo assai remoto, lontano da ogni altro villaggio e a quasi due ore di strette strade di montagna dalla città più vicina. Le sue stradine in pietra e le sue case austere sembravano trasmettere un senso di isolamento.

Alle nove in punto Saverio si presentò presso l’ufficio del notaio: una vecchia e scalcinata casa-torre in pietra grigia, posta nella parte alta del paese, subito dopo una ripida salita.

Accanto al portone socchiuso, una targa in bronzo confermava che quello fosse proprio lo studio del notaio. Saverio spinse il portone cigolante e si trovò in un ingresso fresco e buio, che dava su quello che pareva essere era il salotto di casa del notaio.

Da questa parte, prego.” Disse una voce tremolante proveniente da un corridoio pieno all’inverosimile di vecchi quadri raffiguranti paesaggi sardi e scene di vita popolare.

Saverio attraversò il corridoio ed entrò nello studio del notaio: era una stanza piccola, ma dal soffitto altissimo, ingombra di libri e cartolari stipati in pesanti mobili, che parevano essere antichi quanto la casa, e che salivano vertiginosamente fino al soffitto.

Bona die [4], ingegnere! Buongiorno! Si sieda pure!” Il Notaio era un uomo alto e magro con capelli vaporosi e bianchissimi. Teneva con la punta delle sue dita sottili e ossute alcune planimetrie d’aspetto assai antico e le osservava minuziosamente con l’aiuto di una grande lente d’ingrandimento.

Saverio si sedette, guardandosi intorno con aria sbigottita. Gli sembrava di essere capitato in un altro mondo, più simile alle fiabe che alla realtà.

Vede quante carte, eh! Qui c’è la storia del paese, da tempo immemorabile! Nella mia famiglia siamo notai da generazioni e generazioni! E’ tutto qui, in questa stanza. Anche i documenti del suo caso che, come vede, sto esaminando.” Il notaio parlava lentamente, con voce bassa e trasmetteva una calma serafica. Un raggio di sole entrava da un’alta finestrella, illuminandolo in pieno e donandogli un’aria solenne e quasi mistica.

Si misero ad esaminare le carte, il notaio gli mostrava documenti che richiamavano a loro volta altri documenti, sempre più antichi, fino ad arrivare a pergamene scritte a mano con caratteri incomprensibili, ma che il notaio leggeva senza mostrare particolari difficoltà. Sembrava un professore universitario, o forse più un mago. Uno di quei maghi buoni che popolano le fiabe per bambini.

Terminato con un vecchissimo contratto in latino, tirò finalmente fuori da un cassetto le carte del passaggio ereditario.

Adesso arriviamo al punto che le interessa. Devo informarla che la tenuta di Sa Petra Magica non ha praticamente valore commerciale, in quanto è interamente composta da terreno boschivo e pascoli pubblici. Inoltre su questi terreni insistono vincoli paesaggistici e naturalistici. Debbo anche informarla che è in corso una lite giudiziaria che ha per oggetto tali vincoli: la Regione intendeva rimuoverli su una parte dei terreni mentre il comune e il suo defunto prozio, paguene [5] Gavino, volevano mantenerli.” Il notaio passò le carte a Saverio e rimase in attesa.

“Il mio prozio voleva mantenere i vincoli? Era pazzo, per caso? E tenersi un terreno che vale zero, invece che farlo fruttare?” Saverio aveva gli occhi fuori dalle orbite.

Il notaio sospirò. “Vede, ingegnere… per noi quel luogo è speciale. Ma più che parlarne, le suggerirei di visitarlo. Dovrebbe arrivare a momenti il perito, geometra Arduino Esploradore, cui ho affidato l’estimo dei terreni e che avrei piacere l’accompagnasse a visitare la proprietà.

“Benissimo! Andiamo!” Disse Saverio soddisfatto. “Che vecchio pazzo che era… ah ah ah…” Aggiunse tra sé e sé, pensando ancora al prozio che non aveva mai conosciuto.

Il notaio lo guardò come si guarda un bambino che non sa cosa dice, e si alzò faticosamente per riporre le carte nella grande libreria dello studio.

Arduino ero un ometto piccolo e curvo, che doveva essere più o meno coetaneo del notaio. Nonostante l’età veneranda c’era in lui un qualcosa di estremamente energico e vitale. Aveva occhi scuri e profondi, brillanti e vispi come quelli delle volpi. Guidò il suo fuoristrada scalcinato su una pista stretta e scoscesa, che tagliava il crinale del monte con ripidi tornanti, insinuandosi nella macchia mediterranea profumata di mirto.

Ad un certo punto, un cartello di legno su un palo avvisava dell’inizio del podere: “Podere de Sa Pedra Magica. Domus de sa Mamma. Custode Gavino Neu“.

“Domus de sa Mamma?” Chiese Saverio.

Vuol dire Casa di Mamma, è uno dei nomi che i pastori danno a questo posto.” Rispose Arduino, senza distogliere lo sguardo dallo sterrato.

Proseguirono per un bel po’. Il geometra mostrava a Saverio i terreni che attraversavano raccontando un gran numero di aneddoti e leggende della zona. Saverio era combattuto: da un lato gli pareva di perdere un sacco di tempo, dall’altro, perso in quel deserto di cespugli e rocce, si sentiva in pace per la prima volta dopo molti anni. Via via gli alberi si facevano più fitti e la macchia cedeva il posto alla foresta. Si fermarono dove la pista si faceva sentiero, infilandosi tra sugheri e lecci.

Allora, ingegnere, di qua bisogna proseguire a piedi. Non potete sbagliare, il sentiero è ben segnato e prosegue fino a Sa Petra Magica, che è sulla vetta del monte. Di lì potete fare fotografie e tutto quello che volete. Quando siete pronto chiamatemi che vi torno a prendere. Fate attenzione: in questo bosco è molto facile perdersi, ma è anche facile ritrovarsi. Eventualmente chiedete.” Disse Arduino con tono gentile.

“Chiedere? Ma se non c’è nessuno!”

Non vi preoccupate, c’è sempre qualcuno qui! Casomai chiedete!” Dicendo questo Arduino risalì in macchina e sparì nella polvere della strada con insolita velocità.

Saverio non fece in tempo a pensare che questo geometra fosse un altro vecchio pazzo, che sobbalzò accorgendosi di avere dietro di sé una persona. Era un pastore che sembrava comparso direttamente dall’Ottocento: giacca in velluto, berritta [6], una lunga barba e pelle scura, cotta dal sole.

Andate da sa Mamma?” Disse l’uomo con voce profonda.

“Vado a Sa Pedra Magica, sono il nuovo proprietario.”

Proprietario? Siete il custode?

“Sì, certo… come vuole…” Saverio si incamminò sul sentiero, lasciando il pastore dietro di sé. In quel luogo dovevano essere tutti pazzi.

Il bosco era fresco e ombroso. Il sentiero ben curato contrastava con l’aspetto selvatico della fitta selva. In quel luogo regnava un silenzio perfetto: a Saverio pareva di trovarsi sotto una campana di vetro, in un ambiente ovattato. Sentì un gran senso di tranquillità.

Improvvisamente vide poco più avanti sul sentiero la figura di un altro pastore, come comparsa dal niente. Era un uomo imponente, alto e magro, avvolto da antiche vesti scure. Aveva una lunga barba grigia e occhi azzurri severi e penetranti.

Cosa cercate?” Chiese l’uomo con durezza.

“Sto visitando questo terreno, sono il nuovo proprietario. Lei chi è?”

Sono su Pascifera [7], difendo e proteggo i miei fratelli del bosco. Quindi siete voi il principe custode, che Mamma ha voluto chiamare qui?” Il pastore fece un segno di inchino e mutò la sua espressione severa in sorriso. Saverio rimase a bocca aperta. “Vi accompagnerò un po’, poi tornerò dai miei cari mufloni.

L’uomo si incamminò sul sentiero, Saverio lo seguì incredulo.

Sapevo che sareste arrivato!” Continuò lo strano pastore, camminando svelto. “Immagino che su Magu vi abbia convocato e che la guida Arduino vi abbia portato fin qui. Sa Mamma vi aspetta, vuol farvi conoscere la sua armonia. Poi starà al vostro libero arbitrio decidere.” Saverio era interdetto, non sapeva come comportarsi.

“Io non so niente di ciò che dice! Il notaio Magu mi ha fatto chiamare per una questione di eredità su questo terreno! Tutto qui!”

Ciò che dite è vero, ma ci sono molti modi di vedere le cose. Questo non è solo un terreno, questo è uno degli ultimi luoghi in cui c’è armonia. In cui sa Mamma, Madre Natura, regna. Voi ne siete il padrone, è vero, ma ne siete anche il principe e il custode.

“Quindi secondo lei, cosa dovrei fare?”

Questo non sta a me dirvelo: solo voi potete costruire il vostro destino. Non possiamo sapere cosa la vita ci metterà davanti, ma possiamo scegliere cosa fare quando lo sapremo. Ad esempio, non sappiamo perché proprio voi siate nato erede di questa terra, ma so che voi potete scegliere se esserne il padrone o il custode.

“E che differenza ci sarebbe?”

Il padrone pensa solo a sé stesso, ai propri interessi immediati. Il custode persegue l’armonia.

“E cosa sarebbe questa armonia?”

Armonia è vivere in pace, accontentandosi di ciò che serve. Rispettare l’equilibrio, prima di tutto con se stessi, e poi con tutte le altre creature. Se non avete pace nel vostro cuore, non potete averla verso gli altri.

Il pastore si fermò e si guardò intorno. Dal fitto del bosco adesso sembravano provenire dei rumori, come voci lontane di ragazze.

Quello che pareva essere una grande farfalla svolazzò davanti al pastore, fermandosi in volo davanti a lui. Saverio si accorse con immenso stupore che non si trattava di una farfalla, ma di una creatura dall’aspetto di minuscola donna. Era fata, come quelle delle storie che gli raccontavano da piccolo.

Buongiorno, Pascifera!” Disse la creatura con voce squillante, mentre svolazzava allegra.

Buongiorno, Bonaria!” Rispose il pastore.

“Cosa… cosa… cosa sei tu?… Cosa siete voi?” Balbettò Saverio.

Ve l’ho detto prima, io sono su Pascifera, il pastore dei mufloni selvatici! E questa è la mia amica Bonaria, che è una janas [8], uno spirito dei boschi. Forse voi le conoscete come fate!

La creatura si avvicinò a Saverio, volando leggera e si fermò proprio davanti alla sua faccia.

Ciao! Quindi sareste voi il nuovo custode di cui ci ha parlato su Magu?

“A quanto pare…” Disse Saverio smarrito.

Per fortuna siete arrivato! Il bosco soffre, sa Mamma è minacciata e proprio in questo momento difficile, il vecchio principe Gavino ci ha lasciato.

Saverio non sapeva più cosa fare, sopraffatto dallo stupore. “Quindi le fate esistono davvero…”

La janas guardò Pascifera con aria perplessa.

Certo che esistiamo! Voi uomini non riuscite a vedere oltre il vostro naso! Per questo i Gentiles [9] sono fuggiti da voi!”

Gentiles?Chiese Saverio.

Sono un’antica razza di giganti che popolavano queste terre ben prima degli uomini. Adesso li incontreremo.” Rispose Pascifera.

Bonaria tornò nel fitto del bosco e i due ripresero a camminare sul sentiero finché, a un certo punto, Pascifera entrò nel sottobosco. “Seguitemi

Attraversando i cespugli arrivarono ad una radura erbosa con una grande roccia nel centro. “Ci siamo” Disse Pascifera posando le mani sulla roccia.

Pronunciò delle parole in una lingua sconosciuta, dal suono arcaico. La pietra si aprì emettendo una grande luce. Apparve una scalinata bellissima, ampia e luminosa che conduceva nel sottosuolo.

In fondo alla scalinata si trovarono in quella che pareva essere una vera e propria città popolata da esseri dall’aspetto umano, ma alti quattro metri e più, con un solo occhio al centro del volto. Uno di questi era di guardia alla scalinata.

Buongiorno, Pascifera. Come mai da queste parti?” Chiese il gigante parlando con estrema lentezza. La sua voce profonda e il suo tono calmo rilassavano chi l’ascoltava.

Buongiorno, Shardana! Sono venuto a presentare il nuovo principe a re Kadossene.

All’udire questo il gigante Shardana fece un ampio sorriso e posò le sue grandi mani sulle teste di Pascifera e di Saverio. Si trovarono improvvisamente in un immensa sala bianca e vuota, che sembrava emettere luce. In fondo alla stanza c’era un trono sul quale sedeva un gigante, adorno di bellissime vesti.

Shardana si inchinò, mentre Saverio si guardava intorno domandandosi come fosse arrivato lì.

E’ un grande piacere incontravi, principe umano! Io sono Kadossene, re dei Gentiles.” Disse il gigante alzandosi in piedi e andandogli incontro.

“Piacere mio…” Disse Saverio guardando con timore quella grande creatura.

Immagino bene che sia tutto nuovo per voi… Probabilmente non sapevate neppure dell’esistenza di questo luogo.” Il re sospirò. “Eppure in un tempo lontano uomini e Gentiles condivisero queste terre. Fummo noi a insegnarvi la pastorizia, a mostrarvi come costruire le case. Avete visto i nostri antichi nuraghe?” 

Il re aveva un aura saggia e autorevole. “Vivevamo in armonia con Madre Natura. Poi l’uomo volle intraprendere una strada diversa: smise di pensare a ciò che serviva e iniziò a pensare ciò che voleva. Gli uomini cominciarono a farci guerra e infine a fare guerra tra loro. Fu allora che noi decidemmo di ritirarci e di non avere più rapporti con gli umani. In luoghi come questo, dove l’uomo ha esercitato poco la sua avidità, regna ancora un po’ di armonia. Siamo fortunati a trovarci qui, nel mondo esistono pochi posti ancora come questo.

“E tutto questo tempo siete stati sotto terra?”

Siamo tornati nelle nostre grotte e abbiamo fatto la nostra strada da soli, perseguendo sempre l’armonia con la natura. Tutti siamo parte del tutto, siamo tutti collegati. Grazie a questa conoscenza, abbiamo capito le leggi naturali molto meglio e molto prima degli uomini e sappiamo dialogare con l’energia e con la materia, e servircene per i nostri bisogni.

Le parole di Kadossene colpirono Saverio come un fulmine. Realizzò finalmente di non essere in armonia con il mondo in quanto non aveva ciò che desiderava. Non era riuscito a farsi una ragione del fatto che lei, il suo amore, se ne fosse andata. Il suo cuore era rimasto bloccato lì, congelato in quel punto, impuntato su questo desiderio ormai impossibile. Era lì che aveva avuto inizio la sua guerra con il mondo.

Chissà quante cose erano passate sotto il suo naso senza che lui le vedesse! Quante janas, gentiles, maghi e folletti! Quanti amici e quanti amori si era perso in tutti questi anni! Fu una vera epifania, una luce in fondo a un tunnel di anni bui.

“Grazie, Kadossene!” Disse Saverio, e poi rivolgendosi a Pascifera: “Portami da sa Mamma, per favore”

Pascifera fece un grande sorriso. “Certamente, principe!

Saverio quella mattina aveva attraversato una Milano nebbiosa non ancora intrappolata dal traffico convulso, ed era arrivato in ufficio di buon’ora.

Da qualche mese, subito dopo il suo viaggio in Sardegna, aveva deciso di lasciare la gestione dell’azienda ad un amministratore. Faceva frequenti visite in ufficio, con gran gioia di tutti, perché era una diventato una persona buona e socievole, che trasmetteva armonia.

Tornava spesso nel Supramonte e girava voce che avesse conosciuto anche una donna del luogo.

Ingegnere, non porta più gli occhiali? La sua vista è migliorata?” Domandò la segretaria vedendolo leggere un documento senza sforzi.

“La mia vista adesso è ottima! Vedo di nuovo com’è straordinario il mondo!”

[1] Riposi in pace, in lingua sarda
[2] Parlando con rispetto, in lingua sarda
[3] Nome della città di Nuoro in lingua sarda
[4] Buongiorno, in lingua sarda
[5] Letteralmente: Il povero, espressione riferita a un defunto in lingua sarda
[6] Copricapo tradizionale sardo
[7] Leggenda sarda: detto anche su straivèrasu vascifèra è il pastore della selvaggina, che avverte i mufloni dei pericoli e confonde i cacciatori
[8] Fate del folklore sardo
[9] Giganti che popolarono la terra insieme agli uomini, nelle leggende sarde

 

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