Natale al Golden India Minimarket

[DISCLAIMER: Attenzione! Questo non è il racconto di Natale che probabilmente ti aspetteresti! Questo è un racconto di genere noir!]

Erano da poco passate le 21 e la città era deserta in quella notte di Vigilia: tutti erano in casa circondati da parenti e amici oppure nelle chiese luminose e profumate d’incenso, nelle quali risuonavano i canti sacri. Le luci infiammavano il centro, le vetrine ricolme di ogni ricchezza erano decorate con sfarzo e la musica veniva diffusa senza sosta da altoparlanti appositamente installati. Regnava un’atmosfera magica.

In una stradina laterale, anche il Golden India Minimarket si era addobbato: dietro al vetro sporco della piccola vetrina, ricolma di bottiglie di liquore e merendine, cadeva un festone rosso di Natale così logoro e malmesso da sembrare quasi una caricatura.

Dhruv stava dietro al minuscolo bancone, guardando al cellulare un qualche video musicale indiano.

D’un tratto entrò un uomo anziano, con un’aria molto triste.

“Ciao Dudo” Era Claudio, e Dhruv lo conosceva bene: lo vedeva quasi ogni giorno, quando vagava come un fantasma per le strade del quartiere, con lo sguardo basso e la faccia sconfitta. La sua malattia si chiamava solitudine: i figli lontani, che non sentiva mai, la sorte che l’aveva mutilato da una moglie che per cinquant’anni era stata parte di lui, corpo e anima, nessun amico rimasto, per alleggerirsi l’anima. Solo una casa piena di oggetti morti, e spettri nella mente. In quelle strade fredde e ostili, nonostante le vetrine, le luci, le feste, era raro trovare una scintilla d’umanità. Dhruv per lui era una di queste.

“Ciao Claudio, buono Natale. Tanta auguri!”

L’uomo ridacchiò. Ridacchiava sempre per il suo forte accento indiano e il suo parlare sgrammaticato.

“Caro Dudo, altro che Natale! Dov’è il Natale?”

“Tutto Natale, Claudio! Non vedi? Anche io messo adobbo!”

“Eh… l’addobbo! Bello, sì!” Ridacchiò di nuovo, guardando il festone spelacchiato del minimarket.

“Sai cosa è il Natale, Dudo? Sai cosa significa?” Disse con espressione di nuovo seria.

“Certo che so! Natale grande festa di Cristiani, come Diwali per noi!”

“A Natale nasce Gesù, che per noi è Dio. Nasce in una stalla, in mezzo ai pastori, per portare la salvezza a tutti. Capisci, Dudo: a tutti! Anche, e soprattutto, ai poveri, come noi. Non nasce in mezzo alle vetrine e alle luci…”

“Molto bello, Claudio! Anche in India tanti Cristiani, ma lì poveri!”

“Hai sentito i tuoi figli?”

“Sentiti qualche giorno fa. Loro sta bene, fa scuola. Lavoro duro, ma vale pena per figli!”

L’anziano sospirò.

“Io invece no. I miei non mi hanno chiamato. Nemmeno a Natale mi chiamano, se non li chiamo io. A Natale si è tutti più buoni. Si dice così, Dudo. Si dice, ma non è vero. Stammi bene, amico mio!”

L’uomo se ne andò, con gli occhi gonfi, ciondolando tristemente lungo la strada, pervasa dalla musica di Natale.

Dhruv provò una grande tristezza e pietà per quel pover’uomo. Si risistemò sullo sgabello, e mentre pensava ancora all’incontro con Claudio, entrò un ragazzo molto agitato, mai visto prima. Era alto e magrissimo, aveva lunghi capelli unti sotto il cappuccio della sua felpa logora e sgualcita. Teneva le mani in tasca e aveva occhi spiriti, da tossico. Si avvicinò allo scaffale dei liquori, lo guardò per un po’, prese una bottiglia di pessima vodka e si avvicinò alla cassa.

“Quindici euro. Buono Natale” Disse Dhruv, sperando che quel ragazzo inquietante se ne andasse presto.

Il giovane estrasse una mano tremante dalla tasca, mostrando una pistola.

“Buon Natale un cazzo! Dammi i soldi, indiano di merda!” Era visibilmente instabile, molto agitato e sotto l’effetto di chissà cosa.

“Stai calmo, do soldi ora io”

“Muoviti, muoviti!”

Per l’agitazione le mani di Dhruv tremavano, alla fine riuscì ad aprire la cassa e consegnò l’incasso al ragazzo: era meno di cento euro.

“E questo che cazzo è?!” Disse lui. “Dammi il resto, forza! Non fare lo stronzo perché ti ammazzo, hai capito?”

“Non c’è altro! Guarda! Dato tutto! Lavora 12 ore giorno io, tutti giorni. Manda soldi a figli in India, questo tutto!”

“Porca troia, porca troia! Pezzente indiano, vaffanculo!” Il ragazzo si agitava sempre più. Si guardò intorno, afferrò un’altra bottiglia e si avvicinò all’uscita, imprecando.

Alla fine, poco prima di uscire, si girò sparò al petto di Dhruv, che fu sbalzato sull’espositore dietro il bancone. Il ragazzo corse fuori, nella notte, tra le luci di Natale.

Passò davanti alla chiesa: era il momento dell’omelia e dal portone socchiuso si poteva sentire la voce del prete.

“Per quanti là fuori stasera non è Natale? È colpa nostra, che non li abbiamo inclusi, che non gli abbiamo comunicato che questa Salvezza era anche per loro, soprattutto per loro! Non siamo stati capaci di trasmettergli la speranza che questa notte ci dà. Perché il Natale non sono luci e regali, il Natale è speranza!”

Poco distante, sul pavimento sudicio di uno squallido minimarket, sdraiato nel suo stesso sangue, Dhruv fissava il soffitto, le braccia aperte come in croce, il costato aperto. La fredda luce del neon diventava più forte e più calda via via che il suo respiro si faceva più corto. Fuori si accalcavano i passanti, le mani alla bocca, gli occhi sgranati. Fissavano quell’uomo, riverso nel negozio sottosopra come una stalla, coperto dalle merendine che si erano rovesciate dietro il bancone, come paglia in una mangiatoia.

Il telefono dell’uomo vibrò. Un messaggio da suo figlio, in India. “Ciao papà, come stai? Il prossimo anno voglio venire anche io in Europa per la grande festa di Natale! Chissà com’è bella!”

Lampeggianti e sirene riempivano la strada, sovrapponendosi alle luci natalizie e alla musica degli altoparlanti. L’assassino correva, di una corsa sgangherata e folle, solo nella notte cupa. Nel suo squallido negozio, Dhruv era adesso circondato da angeli catarifrangenti che lo toccavano, premevano sul suo petto e lo scuotevano, ma ormai era ora. Si abbandonò finalmente alla luce che lo abbracciava, bella e calda, come quella cantata nei canti di Natale.

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