Il colpo di grazia

Il soldato Brown si avvicinò per dare il colpo di grazia al nemico rantolante a terra. La battaglia era stata lunga e ora gli toccava pure quel fastidioso compito.

Non gli era mai andato del tutto giù che in questa guerra non si applicassero i protocolli, non gli sembrava onorevole per un esercito potente e temuto come il suo. Ma d’altra parte quelli erano stati creati nei tempi antichi per le guerre tra umani, e poi estesi alle guerre con altri esseri superiori, ma non era questo il caso. I Naironiani, nonostante la somiglianza fisica con gli umani, erano tutt’altro che esseri superiori: erano animali feroci, assetati di sangue e privi di qualsiasi sentimento. Così avevano spiegato al comandante Brown durante l’addestramento, con tanto di raccapriccianti prove fotografiche.

Quando partì per Nairos, non avrebbe mai immaginato di imbattersi in una resistenza tanto fiera e combattiva, né avrebbe potuto immaginarlo nessuno dei suoi commilitoni o degli ufficiali. Tutti gli altri pianeti delle cintura di Seiborn erano già stati liberati dai loro regimi dittatoriali e adesso delle giunte militari stavano lentamente imponendo la democrazia e la civiltà. Erano finalmente stato possibile far fruttare proficuamente le risorse naturali di quei ricchi pianeti. Naturalmente i terrestri avevano difeso i loro interessi, ma certamente avevano fatto un favore a quei popoli primitivi aprendo industrie nelle quali farli lavorare. Era arrivato il progresso, la libertà, e prima o poi l’avrebbero capito.
Fino a Nairos, tutti i pianeti erano caduti in poco tempo sotto i precisi bombardamenti dell’aeronautica intergalattica del generale Wang e la successiva invasione di terra era stata poco più che una formalità. I Naironiani invece avevano saputo sfruttare le profonde grotte naturali del loro pianeta per sfuggire al fuoco umano e, da lì, organizzavano ancora una sfiancante resistenza contro i civilizzatori. Non c’era dubbio che le armi umane fossero assai più evolute, ma questi alieni si battevano con volontà cieca e questo li rendeva nemici temibili.
Gli scienziati terrestri avevano determinato che non fossero esseri superiori, come l’uomo o le altre popolazioni aliene federate alla Terra, ma solo animali evoluti, come le scimmie o i gorilla, nonostante fisicamente fossero molto simili agli esseri umani. Ci fu un po’ di clamore quando alcuni veterani di guerra, evidentemente turbati dagli orrori a cui avevano assistito, sostennero che tale decisione fossa stata presa su basi politiche e non scientifiche. Ci fu un lungo processo per tradimento a loro carico, ma alla fine il giudice fu tanto clemente da non condannarli e inviarli solamente alla riprogrammazione neurocerebrale.

All’avvicinarsi di Brown, la creatura ferita si ritrasse strusciando dolorosamente per terra. Lo guardò dall’alto: aveva l’addome devastato, probabilmente colpito in pieno da un impulso laser. Sarebbe morto comunque, ma gli ordini erano chiari: nessun prigioniero, nessun superstite. Non i Naironiani. Con loro non si applicavano i protocolli.

L’alieno alzò lo sguardo verso di lui. Aveva dei bellissimi occhi viola, e Brown pensò che fossero di una sfumatura non comune e particolarmente profonda. Il suo sguardo triste sembrava consapevole della fine.

La creatura chiuse gli occhi e si portò una mano chiusa vicino alla bocca in quello che sembrò un bacio. Brown estrasse la pistola e controllò l’indicatore di impulso: carica. La puntò alla testa della creatura. Appena avesse premuto il grilletto, un flusso di fotoni avrebbe fatto esplodere la testa del nemico, in una nuvola violetta gelatinosa.

Dagli occhi chiusi dell’alieno cadevano lentamente lacrime. Aveva una rozza divisa militare con lo stemma della tribù di appartenenza e sotto l’odiato simbolo dell’Unità di Protezione di Nairos, il famigerato gruppo terroristico che resisteva sanguinosamente agli umani.

Brown era in piedi davanti al nemico, gli occhi ben aperti a controllare che non facesse brutti scherzi. Indossava una bella divisa militare con lo stemma degli Stati Uniti della Terra e il temuto simbolo del Nairos Peace Force, il rinomato contingente incaricato di portare finalmente la pace a Nairos.

Alzò il braccio, puntò l’arma verso la testa della creatura. Rimosse la sicura e appoggiò il dito sul grilletto. Il respiro dell’alieno si fece veloce e irregolare, quasi come se provasse paura.

Brown si fermò un attimo prima di sparare.

Apri mano! Vedere! Apri subito!” – ordinò in nairoriano stentato e incerto.

L’alieno capì e obbedì. Cos’altro avrebbe potuto fare, oramai?

Era un’immagine impressa su un materiale simile alla carta antica, come quelle che Brown aveva visto nei musei della Terra. Ritraeva un cucciolo di alieno davanti a una tipica tana naironiana: una piccola costruzione munita di copertura per le intemperie, una porta di ingresso meccanica e piccoli buchi nelle pareti occlusi da materiali trasparenti, apribili. L’interno, cosa assai pericolosa e dannosa, era di solito mantenuto caldo tramite la combustione di materiali. Insomma, niente a che vedere con una civile casa terrestre, sebbene pare che in epoca arcaica anche gli uomini abbiano vissuto, per necessità, in luoghi non dissimili.
Il cucciolo ritratto in foto sembrava giocare all’aperto con l’alieno morente. Doveva essere la sua prole.

Brown prese l’immagine per guardarla da vicino. L’alieno lo guardò, occhi negli occhi, poi disse qualcosa. Era una frase abbastanza lunga, della quale il soldato non riuscì a cogliere che qualche parola.

Ho combattuto… solo per lui… figlio…” e poi ancora “Invasori… distruggete… assassini…”.

Quello strano essere sembrava voler dire che aveva combattuto per il suo cucciolo contro i terrestri cattivi. Che strana visione del mondo che avevano questi alieni!

Per un secondo Brown sospettò che l’addestramento fosse stato impreciso, che forse questi animali antropomorfi evoluti, queste scimmie senza peli che popolavano Nairos fossero molto più simili a lui di quanto non gli avessero spiegato. Per un breve istante il militare provò empatia, e poi compassione per quell’essere ormai inoffensivo.

Forse non era necessario ucciderlo, tanto nessuno l’avrebbe saputo: all’arrivo dei commilitoni, lui si sarebbe fatto trovare più distante.

Paaah!” La testa dell’alieno scoppiò in una nuvola viola, mentre il resto del corpo fu mosso da un violento scossone, prima di fermarsi per sempre.

Brown! Tutto bene? Cosa diavolo stai facendo?” Il capitano Schneider era arrivato di corsa.

Brown fece il saluto. “Signore! Niente, signore! L’alieno stava dicendo qualche cosa e provavo a capire cosa!

“Soldato, questo è contro le regole d’ingaggio! I Naironiani vanno abbattuti i-m-m-e-d-i-a-t-a-m-e-n-t-e! Sono creature selvagge e pericolose, non possiamo correre rischi! Sono mostri, non umani! Non lo dimentichi mai, soldato! La prossima volta le farò un richiamo formale!”. Urlò il capitano sul viso di Brown

Signorsì, capitano, Signore!

Brown si mise in marcia dietro all’ufficiale e gettò l’immagine a terra, senza farsene accorgere. Poi si girò solo per un istante verso i resti straziati del mostro.

Il sangue, verdastro, si univa al viola della materia cerebrale, a formare una grande macchia marrone. La testa mancante, l’addome sventrato. Il corpo giaceva disordinato, con le gambe piegate in modo innaturale e le braccia aperte. Poco lontano un’immagine, stampata su un materiale simile alla carta antica, raffigurante una tipica tana naironiana con davanti un alieno e il suo cucciolo che giocavano. Se quegli animali fossero stati capaci di provare sentimenti, si sarebbe detto che erano felici.

RACCONTO VINCITORE DEL CONCORSO Riscontri letterari” Sez. Fantascienza – I Ed., 2018

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