Saudade

Il mare di Corsica toglieva il fiato: la sua azzurra trasparenza era talmente perfetta da non sembrare vera. Mi aveva travolto di stupore non appena superate le dune di sabbia bianchissima, profumate di pino e salsedine. Niente pareggiava la bellezza di quella natura che mi si parava davanti, innocente e selvaggia. Niente tranne il sorriso della donna che mi stava affianco, leggera come la brezza d’estate e intensa come l’onda del mare.
Scoprivo quella terra e insieme scoprivo lei, che m’accompagnava in quel breve viaggio, e in quello più lungo che chiamiamo vita. Tutto era pulito, delicato, puro. Mi trovavo immerso in un acquerello a tinte di sconvolgente bellezza e speravo in cuor mio che quel momento di gioia sospesa potesse durare per sempre.

“A che punto è con quell’offerta che le avevo chiesto?” D’improvviso, la sgradevole voce del dispotico direttore interruppe il dolce navigare nella mia memoria. Mi trovavo di nuovo nel mio grigio ufficietto: davanti a me la fredda luce del monitor, dalla finestra un cielo piovoso di mezzo inverno, nell’aria un odore pesante di caffè stantio.

“La stavo concludendo… la invierò entro stasera.” Risposi, con tono genuinamente sorpreso. Con mio grande sollievo, l’uomo se ne andò con il suo passo rozzo e goffo,  senza aggiungere altro, sollevandomi dalla vista di quella sua solita, desolante smorfia di disprezzo per il mondo.

L’amarezza del presente rendeva ancora più splendente la gioia di quel tempo passato le cui immagini mi stavano cullando poco prima. D’improvviso il mio cuore fu stretto da due forze uguali e contrapposte: la dolcezza del ricordo di un momento felice e la tristezza per la sua attuale mancanza. Mi crogiolai in questa sensazione agrodolce, cullato dalla nostalgia come un bimbo dalla mamma, perdendomi nell’estatica ammirazione di quel tempo lontano, che la mia mente trasfigurava in sogno, magnificava in leggenda, fino a sovrastarmi mi schiacciarmi. Era questo ciò che i poeti lusitani solevano chiamare Saudade.

Mi hanno sempre affascinato i misteriosi meccanismi della mente umana, i suoi salti, tuffi e capriole. Mi sorprende notare come in me questo meccanismo di rievocazione sia facile e spontaneo, più che in altre persone. Forse perché l’ho educato a fluire liberamente per nutrire il mio fanciullo interiore, ho sempre lasciato che la sua marea crescesse fin quasi a straripare in lacrime.

Mi capita spesso di passare davanti al vecchio cinema in disuso dove per la prima volta incontrai la mia futura compagna e talvolta mi soffermo a rivivere per un attimo quei momenti carichi d’attesa e di speranza. Rivedo noi due come in un film: io, in attesa col cuore a mille e lei che arriva, finalmente, come un fresco temporale estivo lungamente atteso. E da quel pensiero ne nascono altri, e ogni immagine ne richiama ancora e ancora e finisco a perdermi in un flusso che dalla mia coscienza sgorga come un torrente, nel quale rinfranco la mia anima.

Certe volte la fretta di questo mondo usa-e-getta non mi consente di godere ancora un po’ di questi piccoli frammenti di vita, e cammino con passo svelto davanti ai luoghi, alle strade, ai campi, alle pietre e ai palazzi, dove lasciai per sempre un pezzetto di me. Non c’è tempo per emozioni improduttive, intrappolati come siamo in quella gabbia di obblighi immaginari e responsabilità autoimposte che scandiscono la triste vita dell’uomo moderno.

Certe altre invece mi fermo a cercare in questa dolce, romantica nostalgia, un caldo rifugio nella tempesta, o un verde paesaggio dal quale nutrire la mia anima fanciulla. Per poi ripartire con maggior motivazione, dopo la carezza leggera della sua fresca brezza. Dopo il materno abbraccio della saudade.

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