Paura del buio

[DISCLAIMER: Attenzione! Racconto di genere horror!]

I rampicanti secchi gli pungevano le mani mentre scavalcava la recinzione di Villa Hinnery, ma Mike era ormai un veterano dell’urbex [1] e non faceva caso a certe piccolezze.
La sua era una passione venuta da lontano: nata durante i lunghi e noiosi pomeriggi della sonnolenta campagna del Midwest, come un gioco di coraggio tra ragazzini. Ma quel richiamo, quel fascino del proibito e della scoperta che Mike sentiva più degli altri, era cresciuto negli anni con lui.

Villa Hinnery era probabilmente uno degli ultimi edifici storici abbandonati in tutta la contea che non avesse ancora esplorato. Un villino liberty in buone condizioni a sole due miglia da casa, con una bassa recinzione da scavalcare, eppure non ci era mai entrato.

Nel 1996, Mike aveva 13 anni ed era un ragazzino vivace e intelligente. In quegli anni di prima pubertà, trascorreva gran parte del tempo libero scorrazzando in bicicletta insieme agli altri ragazzini del villaggio. Di solito arrivavano fin sulla collina, proprio davanti a Villa Hinnery. A quel punto si raccontavano qualcuna delle molte leggende su quella strana casa e si sfidavano ad entrare, ma nessuno trovava mai il coraggio.
Fino a che, un bel giorno Erik, arrivato da poco dalla città, decise che sarebbe entrato lui, mostrando a quei campagnoli di essere già uomo. Scomparve in fretta dietro gli arbusti ricurvi del giardino e non tornò che dopo un’ora, tra l’angoscia degli altri che l’aspettavano senza trovare il coraggio di fare niente.
Ciò che accadde rafforzò ulteriormente le leggende sulla casa: Erik tornò come sotto l’effetto di qualche droga, confuso e delirante. Era terrorizzato e non voleva essere avvicinato da nessuno. “È buio! È buio!” continuava a ripetere singhiozzando. I suoi genitori, preoccupati, fecero intervenire lo sceriffo. Alla fine la polizia setacciò l’area senza trovare alcunché, il ragazzino andò in cura da uno psichiatra, e il sindaco ordinò che il cancello fosse chiuso con delle catene e fossero messi cartelli di pericolo intorno alla casa.
Disturbo da stress post-traumatico fu la diagnosi. Cosa fu a causare il trauma di Erik non si seppe mai, né lui tornò più sull’argomento, nonostante le insistenze degli altri. Anzi, cominciò a uscire sempre meno e di lì a poco la sua famiglia si trasferì in un’altra città.

Mike conosceva Erik e ripensare a quella storia gli metteva ancora i brividi, ma ormai era diventato adulto e si era dato una spiegazione razionale di quanto successe. Era pur sempre poco più di un bambino, chissà cosa gli aveva fatto credere all’epoca la sua fantasia!
Visitare finalmente Villa Hinnery era quindi per lui la sconfitta definitiva delle sue paure, la vittoria totale sulla parte più emotiva e irrazionale della sua mente. Vedeva questa impresa come la conclusione di un capitolo della sua vita: in un certo senso il definitivo ingresso nell’età adulta.

Con un balzo fu nel prato incolto che fu un tempo il bel giardino della villa e cominciò a farsi largo faticosamente tra i rovi e gli arbusti verso l’ingresso dell’edificio.
Dalla villa proveniva di tanto in tanto un debole fischio piuttosto angosciante. Mike sapeva che era causato semplicemente dal vento che si insinuava nelle finestre rotte delle torrette decorative, eppure si sorprendeva a sentirsi a disagio davanti a quell’edificio deturpato dal tempo. Aveva la sensazione di essere immerso in un’atmosfera collosa, qualcosa di cupo e pesante che lo avvolgeva e lo stringeva come uno stagno oscuro.
Decise che si trattava di un condizionamento psicologico causato dai suoi ricordi d’infanzia, e proseguì.
Il pesante portone era socchiuso e il grosso lucchetto che venne installato dopo i fatti di Erik era stato rotto, chissà quando, chissà da chi. Mike sperò che gli interni non fossero stati eccessivamente vandalizzati, per poter scattare qualche bella foto.

La porta si aprì cigolando: al di là un buio intenso e fitto e un deciso odore di muffa. Accese la torcia, mentre i suoi occhi lentamente si abituavano all’oscurità.
La sensazione di oppressione che aveva provato fin dall’inizio non accennava a diminuire.

Il salone d’ingresso era ancora in buono stato, sebbene all’esterno della casa avesse riscontrato segni del passaggio di vandali.
Nel buio riusciva a scorgere qualche mobile decrepito, un vecchio pianoforte, e un piccolo caminetto. Si avvicinò al caminetto e cominciò ad osservarlo. Era un tipico pezzo liberty: un delicato intreccio di foglie e fiori sui piedritti e una maschera mitologica nell’architrave. Raggelò di colpo. La maschera decorativa era tutt’altro che tipica: non un satiro, o una ninfa o altre rassicuranti figure neoclassiche, piuttosto un grottesco ghigno, mostruoso e demoniaco. Almeno su questo le leggende erano vere: il vecchio Mr. Hinnery doveva essere stato un uomo davvero eccentrico!
Si allontanò dal camino, mentre l’ansia cresceva in lui e il cuore accelerava. “Che ti prende? Stai calmo, non c’è niente qui: solo un mucchio di vecchie cose ammuffite” – pensò tra sé e sé.
Si avvicinò al pianoforte, posò le mani sulla tastiera polverosa e, come per dimostrare a se stesso di essere calmo, provò a pigiare un tasto. Ne uscì una nota distorta e stridula che l’eco fece sembrare fortissima, quasi da far tremare la casa. Mike sobbalzò e fu in quel preciso momento che ebbe la netta sensazione di essere osservato, seguito forse.

Si guardò intorno assicurandosi che non ci fosse nessuno e decise di terminare l’esplorazione il prima possibile e uscire da quella casa. Non voleva andarsene sconfitto ma nemmeno rimanere troppo a lungo in un luogo che lo metteva così stranamente a disagio.

Decise quindi di fare un ultimo sforzo di volontà e salì sulla scalinata polverosa, facendo attenzione a dove metteva i piedi. I vecchi gradini di legno sembravano solidi, ma quando si esplora un luogo abbandonato la prudenza non è mai troppa. Ebbe l’impressione che il buio si facesse più intenso, che colasse lungo le scale come una nebbia, come una mano che scendeva ad afferrarlo. E più provava paura e smarrimento più il buio cresceva.

Crack! Il tempo di sentire l’orribile suono del legno che si rompeva sotto i suoi piedi, e Mike fu inghiottito nell’oscurità più intensa e profonda che avesse mai sperimentato.
Si schiantò a terra. Fine. Buio. Dentro e fuori.

Dopo un tempo che non riuscì a definire riprese i sensi, si ricordò di cosa fosse successo e fu colto dal panico. Controllò rapidamente di non avere fratture né ferite evidenti e piano piano si rimise in piedi. Poco lontano la torcia, ancora accesa. Andò a prenderla facendo piccoli passi, provando il terreno per evitare altre spiacevoli sorprese.
La torcia gli confermò le sue sensazioni: non c’era pavimento, ma terra: doveva trattarsi di uno scantinato o delle fondamenta della casa. Il buio era pressoché perfetto, una dimensione parallela, un universo lontano e assoluto.

Era perso e completamente vulnerabile. C’era qualcuno o, peggio ancora, qualcosa laggiù? Cercò di trovare sul soffitto il punto da cui era caduto, ma non vide nulla. Prese il cellulare per chiamare aiuto: il simbolo rosso lampeggiante indicava batteria scarica. “No! Noo! Ma come?! Era carico quando sono arrivato!
Compose il numero di suo fratello. “Dai, dai, cellulare! Non mollare proprio ora!”.
Nessun suono, controllò nervosamente lo schermo “…chiamata in corso…”. All’improvviso si spense. Batteria morta. “Cazzo!

Rimise in tasca il telefono e cominciò a camminare nel buio, sempre facendo attenzione al terreno. I suoi occhi si stavano via via abituando e si rese conto di quanto fosse grande quell’ambiente. Riusciva ora a distinguere sagome di oggetti più chiari sparsi qua e là. Si avvicinò ad uno di essi: un osso, abbastanza grande da poter essere umano. “Merda!” Pensò a voce alta.
Era completamente circondato da ossa, il terreno ne era disseminato. “No, no! Cosa è?!” Disse guardando un teschio umano, con le labbra tremanti.

Il teschio rise, muovendosi a terra sulla mascella, ed emettendo una risata acuta. “Hai paura, Mike?” Chiese con voce da oltretomba.
Mike gli dette istintivamente un calcio, e fuggì via il più velocemente possibile. Qualcosa cominciò ad inseguirlo. Dal modo in cui correva sembrava una creatura a quattro zampe.

Il buio avvolgeva tutto, senza scampo, come un mare di ombre e incubi. Correrci dentro era come nuotare in una notte senza luna nel cuore dell’oceano, con teschi ridenti al posto degli squali.

Andatevene! Basta! Cosa volete da me?!” Gridò piangendo Mike, la voce troncata mentre correva senza sapere dove.
Sei tu che cerchi, Mike! Sei tu che giochi nel buio!”. La creatura che l’inseguiva rispose con voce ringhiante e profonda. Il suono del suo respiro era forte e simile a quello dei lupi e di altri predatori.
No! Ti prego, vai via! Ti prego!” Urlò Mike.
La creatura rise. “Dove stai correndo? È  inutile correre, Mike! Il buio è mio!

Quell’essere aveva ragione, correre era del tutto inutile. Una mano afferrò dal suolo la caviglia di Mike e lui rovinò giù. Si divincolò da quella presa secca e fredda. Avrebbe lottato, sebbene fosse chiaro che non era una lotta che avrebbe potuto vincere.

Un volto mostruoso apparve all’improvviso davanti al suo, vicinissimo. Le fauci putride erano aperte verso di lui. Ora che vedeva quella cosa la riconosceva: era ciò che appariva nei suoi incubi d’infanzia. Il terrore fu così intenso da dargli la nausea.

Hai paura del buio?” Chiese il mostro. Era chiaro che lo stesse fissando, anche se non aveva occhi, ma due buchi nerissimi.
Non del buio, ma di voi” Rispose Mike.
Io sono il buio, Mike! Io sono la paura! Perché vaghi nel buio, perché mi cerchi?
Non cercavo te… io… ero solo curioso…”. Mike guardava in basso, la sua voce era flebile, quasi impercettibile.
Alzò lo sguardo, il mostro era sparito. All’improvviso lo sentì dietro.
Se guardi il buio, allora il buio ti verrà a prendere!” Il mostro lo afferrò con gli artigli freddi e secchi. Spalancò le fauci e si gettò su Mike.

Mentre l’orribile muso gli si faceva contro, Mike riconobbe in lui i suoi stessi lineamenti.

Ma tu… sei me… sono io…” Disse, incredulo.
Il mostro si fermò a pochi millimetri dal suo viso, chiuse le fauci e si ritrasse.
Sì, adesso ti riconosco! Sei me, morto e decomposto, sei un me mostruoso e cattivo! Riconosco i miei stessi lineamenti e il mio modo di parlare” Il mostro osservava Mike, sembrava adesso meno temibile.
Ma, sì, ho capito! Tu sei la mia paura! Sei il buio dentro di me!” Aggiunse.

In quel momento un raggio di luce filtrò dal buco dal quale era precipitato Mike. Il mostro era sparito all’improvviso, spazzato via come un’ombra dal sole dell’alba: di tutto l’orrore di poco prima non c’era più traccia ormai.
C’era solo un freddo seminterrato, pieno di detriti vari sparsi a terra.

Riuscì a tirarsi su, e si trovò di nuovo nell’ingresso vecchio e polveroso di una cadente villetta liberty abbandonata, sperduta da qualche parte nelle sonnolente campagne del Midwest.
Era adulto adesso, non aveva più paura del buio.

Perché il buio, l’incognito, fa parte della vita, fa parte di noi e Mike aveva imparato che va affrontato e non fuggito.

Sorrideva mentre tornava a casa, ascoltando la sua canzone preferita che risuonava nelle cuffie.
I am a man who walks alone… And when I’m walking a dark road… At night or strolling through the park… When the light begins to change… I sometimes feel a little strange… A little anxious when it’s dark… Fear of the dark, fear of the dark…” [2] [3]

[1] Urban Exploration, Esplorazione urbana
[2] Iron Maiden, Fear of the dark, 1992
[3] Traduzione: “Sono un uomo che cammina solo… E quando cammino in una strada buia… Di notte o passeggiando attraverso il parco… Quando la luce comincia a cambiare… A volte mi sento un po’ strano… Un po’ in ansia quando è buio…. Paura del buio, paura del buio…

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