Sehnsucht

La strada scorreva lentamente nel vasto deserto di roccia che la jeep attraversava senza fretta. Una fresca aria di mare, umida e carica di profumi, permeava l’abitacolo. L’immensità delle montagne opprimeva il paesaggio alla mia sinistra, dominandolo con la sua immensa massa scura solcata da infinite vene d’acqua bianca. Di contro, alla mia destra si apriva l’infinita distesa dell’oceano che con la sua terribile grandiosità, mi donava una sensazione di solitudine perfetta.

Ero l’unico minuscolo essere umano nella vastità di quel remoto mondo artico. E tutto era silenzioso, tutto era in pace. Solo il canto antico degli uccelli marini e il lamento primordiale dell’oceano perturbavano la quiete solenne di quel luogo. Sembravano volermi ricordare che l’uomo non è padrone a questo mondo. Non in Islanda. Qui è la Natura che comanda.

Sehnsucht. Così i romanticisti tedeschi chiamarono questa sensazione. Nessuna traduzione riuscirà mai a rendere giustizia alla potente ubriacatura di piccolezza e solitudine, alla commozione che ti vince davanti alla straordinaria grandezza di Madre Natura, all’abbandono nel suo materno abbraccio che niente crea e niente distrugge ma tutto trasforma attraverso il lento incedere dei secoli.

È come quando da adulti, davanti ai propri genitori, continuiamo a sentirci sempre un po’ più piccoli, sempre su un altro piano. È la memoria della personalità infantile, il nostro fanciullo interiore [1], che la Natura, madre universale, risveglia potente dal fondo del nostro cuore. Ci sono spettacoli così grandiosi da rendere molto difficile, anche per gli animi più aridi, rimanere indifferenti. L’austero fronte del ghiacciaio che scricchiola sulla laguna, l’urlo dell’oceano sulle rocce affilate, le scogliere di vertiginoso basalto, la tundra morbida e infinita, il silenzio solenne della distesa lavica, i diamanti di ghiaccio abbandonati sulla battigia del mare gelato… spettacoli che raramente lasciano un cuore così come l’hanno trovato.

Così, quando la maestosa bolla d’acqua azzurrissima sale dal geysir, si trattiene il fiato un momento e quando esplode con un boato di vapore, il cuore ha un sobbalzo. Si ritorna bambini, con gli occhi sgranati e la bocca aperta dallo stupore.

Ho sempre avuto un fanciullo interiore molto vivace: da sempre mi stupisco per le piccole cose: un fiore, una nuvola, i colori di un tramonto d’autunno. “Qualunque soggetto può essere contemplato, dagli occhi profondi del fanciullo interiore: qualunque tenue cosa può a quelli occhi parere grandissima” [1]. Figuratevi che effetto poteva avere su di me la grandiosità dell’Artico.

Fermai l’auto, scesi e chiusi gli occhi, il vento mi accarezzò tra i capelli. Ero un tutt’uno con quel mondo, un atomo in equilibrio nell’eterno ciclo degli elementi. Mi abbandonai all’abbraccio della natura e tutto cessò di esistere. Tutto fuorché una potente sensazione di guerra e di pace. Sehnsucht.

[1] Giovanni Pascoli, Il fanciullino, 1897

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