Ikigai – Una storia bohémienne

René si svegliò per il freddo, accorgendosi con grande disappunto di essersi addormentato con la finestra semiaperta.
Si alzò faticosamente dalla sedia, guardò con tristezza il braciere ormai spento e andò a chiuderla, tutto infreddolito.

Gli inverni parigini sono assai rigidi, ma René veniva dal nord ed era abituato a ben di peggio. Come molti altri sognatori bohémien aveva inseguito il suo sogno nella Ville Lumière. Sperava in una vita d’arte, di poesia e d’amore, ma era finito in un freddo sottotetto a combattere con i topi e con la fame.

Dal davanzale della piccola finestra lo fissava un gatto rosso. “Bestiaccia pigra, sei venuta a rubare il poco cibo che ho, invece di cacciare i topi che scorrazzano sui tetti!’” – lo cacciò via, chiuse la finestra e andò a dormire, tutto avvolto nelle sue ruvide coperte.

___

Quando il sole bacia Parigi, come un amante innamorato, la città si illumina di gioia. Era una mattina fredda e assolata e René, sveglio di buon’ora, si preparava ad andare a dipingere en plein air.

Preparò i colori e il cavalletto pieghevole, si coprì come poteva e cercò qualcosa da mangiare. Trovò solo un pezzo di baguette rinsecchita e un fondo di zuppa di cipolle del giorno prima e si ricordò con amore del gusto pungente dell’andouille che pochi giorni addietro era stata la paga per aver dipinto la Boucherie Moderne.

Si sedette un attimo a mangiare prima di prendere la via per il Quartier Latin. Improvvisamente, sentì graffiare e picchiare sulla finestra. Probabilmente era un corvo: meglio andare a vedere che non combinasse guai, per non indispettire ancora di più il vecchio monsieur Laurent, che aveva già fin troppa pazienza con i ritardi nell’affitto.

Dai vetri della finestra una sterminata giungla di comignoli fumanti sui tetti scuri e, in mezzo alla scena, lui: il gattaccio rosso della notte prima.

Aprì la finestra per cacciarlo via: “Sciò! Sciò!

Il gatto cominciò a soffiare e miagolare, ma non si mosse. Era un bel gatto, grande e in salute, pelo folto e curato, un musetto simpatico e vispo e begli occhietti verdi. Non sembrava randagio, forse si era perso da qualche bell’appartamento signorile. Se ne stava seduto, con la coda arrotolata intorno al corpo e lo fissava.

René pensò che con la luce del mattino, la scena fosse molto bella.

E va bene, gatto. Visto che sei così invadente, almeno renditi utile: resta fermo e fammi da modello!” Disse, spacchettando tutto il materiale che aveva faticosamente raccolto.

Cominciò a buttare giù le prime pennellate: colpi rapidi e precisi che generavano macchie e linee apparentemente indefinite, ma dalle quali, quasi magicamente, emergevano immagini nitide.

Sei fortunato, gatto! La tua sì che è una bella vita! Mangi, dormi e vai a giro tutto il giorno, e niente ti preoccupa!” René cominciava a provare una certa simpatia per il suo modello.

Segui solo il tuo istinto, e non hai padroni!” – aggiunse.

Dal quadro cominciava ad emergere con forza la figura del rosso felino, perfettamente definita da linee imperfette.

La mia vita invece è un disastro, sai? Ho voluto essere gatto anche io, vivere secondo il mio istinto e i miei desideri, vivere d’arte. Credevo che a Parigi ci fosse un posto per me, ma mi sbagliavo. E se il mio posto non esiste nemmeno a Parigi, probabilmente allora non esiste affatto!” René aveva lo sguardo triste mentre pensava a voce alta queste parole.

Non te la prendere, René! Secondo me tu sei un bel gatto!”. Il pittore trasecolò. L’aveva detto veramente il gatto o era lui che stava impazzendo? Forse la fame gli stava guastando il cervello. Si fermò stranito, guardò l’animale e gli si fece vicino.

Buongiorno, il mio nome è Ikigai [1], ma tu puoi chiamarmi Félicien! Molto piacere, Maestro!”. René rimase a bocca aperta, incapace di dire e fare qualsiasi cosa. Il pennello gli cadde di mano.

Perché parli? Com’è possibile? Chi sei? E cosa vuoi?” Balbettò incredulo.

Sono un gatto, non lo vedi?” Ridacchiò Félicien. “Cosa voglio? Beh, voglio mangiare, dormire e andarmene a spasso… cosa pensi che vogliano i gatti?” Rispose il gatto con una tale naturalezza e spontaneità che all’improvviso la situazione sembrò a René meno strana.

Perché sei venuto da me?” Chiese il pittore.

Beh, perché fuori è freddo e perché speravo di trovare da mangiare” Rispose il gatto.

Non ho niente da mangiare, ma se riesco a finire il tuo quadro forse potrei venderlo per qualche franco o scambiarlo in brasserie con qualcosa. Mamma, come mi andrebbe dell’aligot e un po’ di vino!”. Gli occhi di René brillarono al pensiero del formaggio fumante.

Ottimo! Allora sbrigati, che ho fame!”. Il gatto si rimise in posa.

René tornò alla sedia e riprese a dipingere, stordito da ciò che stava accadendo. Per qualche minuto rimase in silenzio, pensando alla strana situazione che stava vivendo.

Sai, René, hai ragione. Noi gatti siamo felici: viviamo delle esistenze del tutto soddisfacenti e appaganti.”

René alzò lo sguardo dalla tela qualche secondo per osservare quello strano gatto parlante.

Buon per voi!” Disse.

Oh, ma non abbiamo mica niente di speciale! La nostra forza è quella di non piegarci mai a ciò che vogliono gli altri. Non siamo mica come i cani, che obbediscono ciecamente ai loro padroni, noi stessi siamo i padroni delle nostre vite.

Nel frattempo il quadro stava riuscendo davvero bene.

Ci ho provato anche io, Felicién, ma ho fallito e adesso faccio la fame!” René era sempre triste quando ammetteva la propria sconfitta.

Anche noi gatti abbiamo spesso fame, ma ci arrangiamo. La fame non è un ostacolo alla nostra felicità.

René ascoltava interessato.

Tu, René, hai fatto una scelta. Hai scelto di seguire la tua natura, di essere gatto. E adesso ne paghi il prezzo. Ma, se la tua scelta è stata giusta, non preoccuparti di questo prezzo! Puoi essere felice e affamato al tempo stesso, nello stesso modo in cui molta gente è sazia e triste!

René si rese conto di non essere triste per la sua vita, ma solamente preoccupato del futuro. Come avrebbe fatto a far fronte a un qualunque imprevisto, ad esempio una malattia? Sarebbe riuscito a pagare l’affitto questo mese? Avrebbe potuto pagarsi il treno per andare a trovare la sua anziana madre a Lille?

Félicien, ma io sono povero!” Disse René.

Povero?! Tu?!” Il gatto scoppiò a ridere.

René, ma tu sei l’uomo più ricco di Parigi! Tu possiedi il cielo azzurro e il sole, la Senna e le sue rive verdi, piene di fiori colorati in primavera. Hai l’isola di Notre Dame, con la sua cattedrale gotica, i suoi gargoyle e il suo Marché aux fleurs et aux oiseaux! Possiedi il Marais con le sue casette colorate, i vicoli ripidi di Montmartre! E hai una bacchetta magica con la quale catturi quei sogni sulla tela! Amico mio, tu hai la più grande ricchezza che ci sia in questo mondo, hai la libertà!

René restò di stucco all’udire le parole del gatto e si accorse, come in un risveglio, che aveva ragione. Era come se le parole del gatto l’avessero fatto svegliare dal sonno nel quale la fame l’aveva spinto.

Lui era libero perché viveva la vita che aveva scelto ed era ricco perché aveva la felicità di fare ciò che amava e seguire la sua natura!

Félicien, hai ragione! Devo smettere di piangermi addosso perché non ho avuto il successo che speravo. Io sono il padrone del mio tempo e della mia vita, e non c’è successo maggiore, non esiste ricchezza più grande! Riuscirò a cavarmela oppure farò la fame, ma è sempre meglio essere affamato e libero che essere uno schiavo con la pancia piena! Non mi interessa cosa penserà di me il mondo!” René era ispirato e ottimista. Il sole stava scaldando la mattina e diradava le nuvole grigie sopra i tetti.

Il quadro era terminato. Dalla tela emergeva vivida l’immagine del gatto rosso, sullo sfondo la piccola finestra di René e i tetti grigi di Parigi, e il sole che faceva capolino dietro le nuvole in lontananza.

Il pittore lo osservò soddisfatto, e decise di andare a Place du Terte per cercare di venderlo e per dipingere ancora. Protesse la vernice ancora fresca con un panno e uscì.

Ciao, Felicién!

Addio, Maestro!

Camminava nella mattina fredda e luminosa ed era felice. Si sentiva di nuovo ottimista, come quando partì da Lille un anno prima, e tutto adesso sembrava di nuovo radioso. I fornai in bici per le loro consegne, la consueta, febbrile vita cittadina, le strade alberate: un paesaggio familiare che profumava ancora una volta di scoperta.

La fame non aveva più importanza, gli importava solo di dipingere a Place du Terte e di mostrare al mondo, indifferente, il suo bel quadro.

___

Monsieur de La Marche era un ricco industriale, appartenente a quella minoranza intellettuale che capiva e amava la nuova scuola nascente dell’Impressionismo.

Era triste quel giorno mentre passeggiava per Place du Terte perché il suo bel gatto rosso era morto da poco. Stava pensando di farsi fare un quadro del povero animale, ma non voleva un classico ritratto… pensava piuttosto a qualcosa di gusto più moderno.

Chissà se qualcuno di questi nuovi pittori bohémien, così particolari e anticonformisti, dipingeva gatti… sarebbe stato disposto a pagarlo bene…

[1] Nella filosofia giapponese, l’Ikigai è la “ragion d’être”, lo “scopo di vita”. Si raggiunge l’Ikigai quando “ciò in cui sei bravo”, “ciò per cui puoi farti pagare”, “ciò che ami fare” e “ciò di cui il mondo ha bisogno” corrispondono, il che è fonte di grande serenità e felicità.

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