L’attesa

Era una calda sera di luglio e il vento gentile, profumato di mare, accarezzava il viso di Gennaro, nascosto tra le grandi piante sotto la veranda della villa. Il silenzio della campagna era disturbato solo dall’eco del traffico in lontananza, sulla litoranea, e dal canto ossessivo di una tortora.

Gennaro sudava, immobile, con i muscoli tesi e il cuore impazzito. La sua calma apparente era tradita solo dai suoi grandi occhi scuri di bambino, sgranati nel buio. Guardò l’orologio abbassando leggermente lo sguardo e inclinando il polso, mentre cercava di restare fermo: le 21.30.

Da un minuto all’altro la porta si sarebbe aperta e l’assessore sarebbe uscito di casa, in tenuta da calcio. Avrebbe baciato la moglie, la quale gli avrebbe raccomandato di divertirsi e di non farsi male, perché ormai aveva una certa età. Lei avrebbe poi richiuso il portone e lui avrebbe disceso i gradini verso il giardino, impaziente di raggiungere l’auto che l’avrebbe portato finalmente dalla sua amante. La solita routine che si trascinava negli anni come una nave alla deriva nel mare.

Quello sarebbe stato il momento di agire per Gennaro. Con la mente aveva già vissuto mille volte quel momento, eppure non riusciva ad acquietare i suoi pensieri. E se l’assessore l’avesse visto? E se avesse sentito il battito del suo cuore, così forte da scuotergli il petto, da risuonargli in testa? E se avesse esitato, se non fosse stato capace, all’altezza del compito? Alla fine era solo un ragazzino, poco più di un bambino…

Gennaro respirò a fondo l’aria profumata di mare. Ce l’avrebbe fatta! Quella sera sarebbe diventato un uomo, avrebbe dimostrato a se stesso e al clan che non era un bambino. Avrebbe fatto il suo lavoro, bene e con coraggio. Il boss sarebbe stato orgoglioso di lui e l’avrebbe ben ricompensato!

Ore 21.40: dell’assessore ancora nessuna traccia. Forse l’aveva visto e aveva chiamato la polizia? Risse di pensieri affollavano l’anima di Gennaro. Doveva aspettare, fermo, immobile. Una goccia di sudore gli scendeva lungo la guancia.

Ebbe un sussulto: un gattino, spuntato dall’ombra era salito in veranda e lo fissava. Gennaro stringeva la pistola, come gli avevano insegnato, facendo attenzione a non toccare il grilletto. Capì l’utilità di questa istruzione, adesso che era difficile controllare i propri sobbalzi.

Il gattino cominciò a miagolare, guardandolo. Si sentiva in trappola, quello stupido animale l’avrebbe fatto scoprire. Che fare adesso?

La porta si aprì all’improvviso, il gatto fuggì nel buio. Gennaro cacciò via ogni esitazione e si preparò ad agire. Era il momento.

Un uomo di mezza età, goffo e sovrappeso, uscì di casa, dando un bacio alla donna che aveva aperto il portone.

Ciao amore, divertiti! E stai attento!” Disse lei.

Lo so: ho una certa età! Tranquilla!” Rispose l’uomo ridacchiando.

Si avviò verso i gradini alla fine della veranda, la donna rientrò. Gennaro scivolò fuori dal buio, come il gatto di poco fa, parandosi al lato dell’uomo, che si girò di scatto, terrorizzato.

Gennaro affannava, tremava, non credeva sarebbe stato così difficile. Alzò la pistola puntandola alla faccia dell’uomo, il cui sguardo si fece immediatamente triste e supplichevole. Sembrava un bambino spaventato.

Singhiozzò sommessamente “Non lo fare, ti prego… non lo fare”.

Gennaro non riuscì a trattenere le lacrime. “Devo!

L’uomo insistette “Noo! Non devi! Ti prego… ti prego… ti darò tutto quello che vuoi… soldi, vuoi i soldi? Ho soldi, ho molti soldi, saranno tuoi… tutti!

Gennaro provò pietà per la sua debolezza. “Mi dispiace, mi dispiace…” Pianse, chiuse gli occhi e mise finalmente il dito sul grilletto. Il senso di colpa gli stritolava il cuore come una gelida morsa.

Bang! Un tuono scosse la calma notte estiva.

Mentre Gennaro fuggiva, asciugandosi le lacrime dalla faccia, sentì le urla della donna che aveva riaperto la porta, trovando il marito a terra nel sangue.

Niente era più come prima. Gennaro era un uomo adesso, eppure non riusciva ad esserne felice.

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