Lo Spiraglio

La luce bianca si avvicinava vorticosamente mentre Vittorio volava nel tunnel, come in un sogno. Una sensazione di leggero stupore e ottimismo pervadeva il suo essere, aumentando via via che la luce si faceva più calda e accecante.

Voci confuse si affollarono intorno a lui, sempre più forti e definite, mentre la luce iniziava a calare. Il tunnel perdeva la sua forma, sfocandosi e mutando dapprima in un bianco meno puro e poi in un grigio pallido, il volo si faceva più lento.

Ha riaperto gli occhi!

Una luce fastidiosissima gli bucò il cervello, dopodiché apparve davanti al viso l’immagine indistinta di un uomo con una pila accesa contro i suoi occhi.

E’ cosciente!” La voce dell’uomo rimbombò nella testa di Vittorio.

Mi sente? Riesce a sentirmi?” “Come si chiama?”

“Si chiama Vittorio, dottore!” Rispose una voce femminile che a lui sembrò provenire da un luogo remoto.

Vittorio? Vittorio, mi sente?

Riacquisì d’improvviso la consapevolezza della propria fisicità, rendendosi conto con terrore che provava dolore, ma che il suo corpo sfuggiva a ogni controllo, immobile come un tronco di legno.

Stia calmo, non può muoversi adesso. Cerchi di rilassarsi, andrà tutto bene.

Adesso si ricordava. L’auto impazzita, la paura, la frenata. Infine il buio. Come una porta che si chiude all’improvviso.

Vittorio aprì gli occhi, pesanti e annebbiati. La lunga anestesia gli aveva lasciato mal di testa e un gran senso di nausea e malessere.

La prima sagoma che gli si parò davanti fu quella dolce della sua compagna, Teresa, seduta al lato del letto. Non si era ancora accorta che Vittorio aveva aperto gli occhi e stava piangendo sommessamente.

In quel momento il dottore entrò nella stanza.

Buongiorno! Ha passato la notte qua?”

“Buongiorno, dottore. Certo…” Rispose Teresa tristemente. “Cosa può dirmi?”

“Buongiorno” Vittorio salutò con la bocca amara e impastata.

Ah, è sveglio? Bene. Come si sente?” Mentre parlava, il dottore gettò uno sguardo alla cartellina sanitaria affissa al bordo del letto.

Me lo dica lei, dottore… Come è andato l’intervento?

L’attimo di pausa sembrò interminabile.

Vede Vittorio, tecnicamente l’intervento è andato bene, nel senso che abbiamo fatto tutto ciò che era possibile fare, da un punto di vista medico. Purtroppo il suo trauma era complesso da trattare in quanto il tessuto spinale si presentava molto compromesso. Per questo attualmente non siamo in grado di dirle se tornerà a camminare. Se ciò accadrà, sarà sicuramente dopo una fisioterapia lunga e senz’altro impegnativa. Però credo che sia meglio che valuti fin da ora tutti i possibili scenari. Certamente abbiamo qualche speranza, ma occorre essere realisti.

Quelle parole trafissero Vittorio come proiettili. Rimase in silenzio, impassibile all’esterno mentre dentro si sentiva precipitare in un abisso buio. Tutto era finito. Ogni porta davanti a lui era chiusa da un destino ingiusto e crudele, che non aveva riguardo per nessuno. Si sentiva bloccato in un vicolo senza uscita, senza poter andare più avanti né indietro. L’unica tremenda certezza, che lo riempiva di angoscia, era che niente sarebbe più stato come prima: la sua vita era ora orribilmente mutilata, rovinata per sempre. Non avrebbe più avuto autonomia: era all’improvviso un vecchio che attendeva la morte. Un vecchio di quarant’anni. Alzarsi, lavarsi, andare a lavoro, godersi una passeggiata in città, fare l’amore con Teresa… cose quotidiane ieri, che improvvisamente oggi poteva solo sognare. No, non era possibile, non era vero… Una tempesta troppo grande da sopportare bloccava Vittorio nel suo turbine, incapace di reagire.

“Faremo tutto quello che si può fare! Vero, dottore? È possibile… è possibile che con l’impegno e le terapie vada tutto bene… Giusto, dottore? Dove dobbiamo andare? Che dobbiamo fare? I soldi non sono un problema, dottore!” Disse Teresa con voce dapprima bassa e tremante e poi sempre più alta e sincopata, in un climax di lacrime e paura.

Domani farà la visita neurologica, poi attiveremo subito il fisioterapista e lo psicologo. Non posso garantirle niente in questo momento. Sicuramente non bisogna smettere di sperare, ma dovete capire che la situazione potrebbe anche risolversi nel modo peggiore.” Disse il dottore con voce calma e tono professionale.

Teresa non ce la fece più e ruppe in un pianto che tentava di soffocare senza successo.

Lo sguardo di Vittorio era fisso, osservava cose ormai lontane nel tempo e nello spazio, come appartenenti a un’altra dimensione. Lui stesso si sentiva in un mondo lontano e alla deriva.

“Dottore, per favore, chieda che non mi portino il pollo. Non mi piace il pollo, qui. La prego.” Vittorio era totalmente inespressivo, come un robot proveniente da un mondo alieno.

Teresa guardò Vittorio con faccia esterrefatta e poi il medico, che rimase in silenzio per qualche attimo. Non riuscì a trattenere del tutto un triste sguardo di compassione. Nonostante i molti anni di professione, era impossibile abituarsi a questi momenti.

Certo, non si preoccupi. Cerchi di riposare.

Mentre il dottore usciva dalla stanza, Vittorio si sentì improvvisamente svuotato. Un guscio inutile, gettato via in attesa che tutto finisse, il prima possibile. Volse lo sguardo a Teresa, ancora incredula. Era un bambino inerme, spaventato, solo tra le ombre. Le sopracciglia si abbassarono lentamente, inconsapevolmente. Una lacrima sgorgò spontanea dal fondo della sua anima fino alla guancia. Teresa lo strinse, braccia tra le braccia, pianto nel pianto.

Erano trascorsi ormai tre mesi dalla data dell’incidente e da allora niente era più come prima.

Quella mattina Vittorio guardava dalla finestra gli uccellini cinguettanti che saltellavano tra i rami degli alberi, quando Franco, il fisioterapista, suonò il campanello.

Sentì Teresa aprire il portone al piano di sotto e salutarlo. Era finalmente l’ora della terapia.

Buongiorno, Vittorio! Come stai oggi?” Disse Franco, sorridente come ogni volta.

“Oggi mi sento in forma!”

Ottimo! Senti, stai andando avanti con il racconto che stavi scrivendo?

“Sì, certo! L’ho finito! Devo ringraziare quella psicologa che mi ha suggerito di scrivere la mia esperienza. Da quel momento non posso più farne a meno, della scrittura.”

E come finisce?” Chiese Franco mentre iniziava la consueta manipolazione.

“Beh, finisce che la ragazza accetta di incontrare il giovane marinaio la prossima volta che la sua nave farà scalo al porto. Lo aspetta un mese intero, guardando ogni giorno verso il mare e lasciandogli la porta socchiusa. Alla fine però è il destino a chiudere quella porta, perché la nave di lui affonda proprio mentre sta tornando dal suo amore.”

Nooo, ma come? Niente ‘per sempre felici e contenti’?

“Certo che no, Franco! Quello esiste solo nelle favole, mica nella vita vera! La vita vera apre e chiude continuamente dei portoni davanti a noi. Quelli chiusi ci appaiono subito evidenti per la loro tremenda forza, mentre quelli che si aprono non sono facili da vedere. Comunque, la ragazza -naturalmente- è distrutta e pensa che la vita sia ormai finita. Passa mesi e mesi a piangere finché non riesce ad accettare il fatto che lui non ci sia più. Questo è il punto più difficile e delicato, perché non è per niente scontato venirne fuori, sai? In ogni caso, la ragazza ci riesce e solo allora si accorge del bel garzone che la trattava con gentilezza nonostante il suo umore sempre nero.”

Garzone? Quale garzone?” Chiese Franco, perso nella trama.

“Lo sapevo che non l’avresti notato! È un personaggio secondario, che appare ogni tanto. Eppure te l’avevo fatto notare mentre leggevamo insieme il racconto!” – Vittorio ridacchiò – “È il garzone che consegna il latte. Lei non gli apre mai la porta e, anzi, lo tratta sempre con sufficienza. Lui invece le si rivolge con molto riguardo. Bene, un giorno lei nota questo fatto, gli apre il portone e decide di parlargli. Si rende conto che è un ragazzo molto affine e interessante.”

Si innamorano?” Nonostante fosse concentrato sulle movimentazioni articolari, Franco era sinceramente curioso.

“Può darsi, non importa. Il punto è che lei è finalmente riuscita a vedere il portone che la vita le ha aperto e non solo quello che purtroppo era ormai chiuso.”

E’ una bella storia!

“Grazie, Franco! Sai, è una storia che sento mia perché parla delle stesse cose che ho dovuto imparare. Ma credo che poi in un modo o nell’altro sia la storia di tutti. Una storia universale, direi.”

Cosa intendi dire?

“Vedi, Franco, la vita mi ha sbattuto una bella porta in faccia… Per lunghi giorni ho pianto nella mia tristezza. Ho desiderato morire tante volte. Le giornate erano prive di colore, sempre uguali. Non riuscivo ad accettare la mia situazione, i sonni erano brevi ed agitati e terminavano con risvegli pieni di ansia e panico. Facevo ricerche infinite su internet, cercando risposte che non potevo trovare, cercando qualcuno che sapesse curarmi. A qualunque costo, in qualunque modo. E questo non faceva che aumentare la mia frustrazione. Provavo una rabbia atroce davanti all’impossibilità di aprire, seppur di poco, quel portone che la vita aveva chiuso. Una rabbia cieca, amara, distruttiva. Contro Dio, contro la vita, contro me stesso, contro il mondo intero. Se non ero triste, ero di umore nero, trattavo male chi mi stava vicino, chi mi aiutava. Piano piano però, con l’aiuto di Teresa, degli amici e della psicologa ho imparato ad accettare la mia situazione. Anche le nostre chiacchierate mi sono state molto utili, sai.” Chiuse con un sorriso, per alleggerire quella lunga confessione.

E le porte che la vita ti ha aperto quali sono?” Disse Franco, visibilmente commosso.

“Una cosa come quella che è successa a me ti cambia completamente il punto di vista sul mondo e sulla vita. Ti obbliga a farti un sacco di domande a cui dovrai, tu solo, cercare risposta. Ti insegna paradossalmente ad amare di più la vita e quel poco che hai, perché ne vedi il vero valore. Capisci che non c’è niente di scontato e che è necessario lottare duramente.” – Vittorio prese fiato, Franco pendeva dalle sua labbra – “Era meglio poter camminare piuttosto che avere questi insegnamenti? Piuttosto che riflettere e scrivere, nel mio letto? Sì, direi proprio di sì… Però quella porta è chiusa e starsene a lì fissarla è perfettamente inutile. Piuttosto occorre guardarsi intorno e capire quali sono le porte aperte che si hanno a disposizione, le opportunità che abbiamo. Inoltre credo che, se mai ci fosse una possibilità di ritrovare quanto è andato perso, sarà solo vivendo, solo andando avanti.”

Franco alzò Vittorio, mettendolo a sedere sul bordo del letto mentre continuava con le manipolazioni.

“Proviamo a fare il movimento?” Chiese Vittorio, con tono sicuro.

Franco esitò.

Ok, ma abbiamo provato l’ultima volta. Forse è presto per quello. Prova pure se ti va, però non credo che avremo risultati oggi” Disse Franco con tono incerto.

“Beh, se non mi riesce riproveremo la prossima volta! Siamo qui a posta, no?” Disse Vittorio sorridendo. Dopo di che chiuse gli occhi ed assunse un’espressione concentrata. Era evidente che quel movimento, naturale per gli altri, se mai fosse avvenuto sarebbe stato per lui il frutto di un immenso sforzo fisico e mentale.

Dalla finestra aperta entravano i caldi raggi della primavera ormai matura, attenuati dalla freschezza della brezza mattutina. Teresa era al piano di sotto, e probabilmente stava sistemando le faccende di casa, che ormai si trovava a dover sbrigare da sola. Nella stanza Vittorio e Franco erano assorti in un silenzio solenne, carico d’attesa. Fuori dalla finestra il canto degli uccellini testimoniava l’indifferenza dell’universo ai drammi di noi piccoli umani.

Franco osservava la gamba, ferma, come le volte precedenti: anche stavolta Vittorio sarebbe rimasto deluso.

Dopo qualche secondo che sembrò eterno, un tremore improvviso attraversò la gamba destra di Vittorio. Il piede si sollevò da terrà per qualche millimetro, in uno sforzo più simile a uno strazio che a un movimento.

Eppure quel minuscolo movimento, dopo ben tre mesi di fatiche infruttuose, era quasi un miracolo. Entrambi esultarono di gioia, poi scoppiarono a ridere e si abbracciarono.

Vittorio , hai mosso la gamba! Bravo! Bravissimo, ce l’hai fatta!

“Sono stremato, Franco, fermiamoci un attimo!” Vittorio lasciò cadere il piede a terra e trasse un profondo respiro. Aveva l’aria del vincitore che torna da una guerra: malconcio, trafelato, sorridente.

Entrambi si asciugarono gli occhi cercando di non farlo notare all’altro.

“Hai visto, Franco? Cosa ti dicevo? Prima pensavo giorno e notte a ciò che avevo perso, a ciò che è rimasto intrappolato al di là di quel maledetto portone che il destino aveva sbarrato, e non avanzavo di un centimetro. Poi, finalmente, sono riuscito a sbloccare la mia mente e il mio cuore, ad accettare la mia situazione e ad aguzzare la vista per cercare le altre porte che la vita ha deciso di lasciarmi aperte. E solo adesso mi accorgo che forse ho anche una possibilità di poter camminare di nuovo. Come avrei fatto a vedere questo piccolo spiraglio nel portone chiuso se avessi solamente continuato ad aggrapparmici; se non mi fossi allontanato di qualche passo?

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