Miriordo (un amarcord di provincia) – Parte 3: Blood Sugar Sex Magic

Eppure a volte non mi spiacerebbe essere quelli di quei tempi là… sarà per aver quindici anni in meno o avere tutto per possibilità… Perché a vent’anni è tutto ancora intero… perché a vent’anni è tutto chi lo sa… a vent’anni si è stupidi davvero… quante balle si ha in testa a quell’età” [1]

Così come l’estate dei miei 14 anni fu segnata dalla lettura del Diario segreto di Adrian Mole [2], personaggio disagiato in cui ritrovavo il mio stesso senso di smarrimento post infantile, quella dei 19 lo fu dal Jack Frusciante è uscito dal gruppo [3].

Più leggevo quel libro e più mi pareva parlasse di me: le pippe mentali che Alex, il protagonista, si trovava ad infliggersi nell’estate tra le superiori e università, erano esattamente le mie. L’esempio di Jack (che poi in realtà sarebbe John [4]), l’eroe che era saltato fuori dal suo cerchio, sacrificando tutto per cercare la propria identità e la propria strada, faceva sentire delle mezze calzette sia Alex che me. L’idea di tuffarmi nella mia nuova vita da adulto mi eccitava e spaventava al tempo stesso.

Finalmente arrivò settembre e mi trovai di colpo in un ambiente dove, per la prima volta in vita mia, tutti mi davano del lei e a nessuno fregava niente di me. Un mare aperto dove poter condurre, finalmente da solo, la mia nave! Mi sentivo tanto JD, il giovane specializzando di medicina protagonista della serie tv Scrubs [5], di cui non mi perdevo una puntata.

Via via che i mesi passavano, l’entusiasmo per la nuova situazione scemava lentamente e aumentavano gli esami da preparare. Giunserò le vacanze di Natale e arrivò il momento di tirare le prime somme: gli esami erano ormai alle porte e lo studio posticipato si era ormai accumulato oltremisura, cosa ben rappresentata dai libri fotocopiati che giacevano in grandi mucchi in camera mia.

Così decisi di ignorare il problema ancora qualche giorno e partire per una vacanza, con una tale incoscienza e noncuranza che a ripensarci oggi provo quasi invidia. Quel viaggio fu una tipica avventura tardo adolescenziale, fatta di giorni oziosi, divertimento serale e cazzeggio smodato, il tutto incorniciato da uno stupido, continuo e meraviglioso senso di ottimismo. Conobbi tante nuove persone, tra le quali quella che divenne la mia ragazza.

Nonostante la breve durata di quel rapporto, che si esaurì in un paio di mesi, fu un passaggio molto importante perché costituì la mia prima vera storia d’amore. Fu la storia della mia prima volta, che si consumò all’interno di una vecchissima Fiat Uno, parcheggiata in una stradina sterrata di campagna. Scomodo, strano e veloce. Ma la prestazione oggettivamente scarsa fu messa in secondo piano dalla poetica di quel momento così importante, amplificata dal fatto che fosse la prima volta anche per lei.
La fine di quella breve relazione, inevitabilmente dolorosa, fu la miccia che innescò quella rivolta adolescenziale che era cresciuta silenziosamente ma costantemente in me. Iniziò così quello che i miei amici molti anni dopo definirono, pur con qualche esagerazione, il mio periodo punk.

Il sole splendeva su Pisa e io, invece che andare a lezione esploravo la città, che era la mia prateria, il mio selvaggio West da conquistare [6]. Perdevo le giornate tra le stradine del centro e il prato di Piazza dei Miracoli, dove ci rilassavamo per ore, talvolta con l’ausilio di qualche birra o di qualche canna. Approfittavamo dei laboratori, la cui frequenza era obbligatoria, per sniffare vapori di etere dietilico, una botta chimica gratuita e nauseante. Avevo costantemente la musica nelle orecchie, sparata ad altissimo volume: Placebo, Red Hot Chili Peppers, System of a Down, Millencolin e un sacco di altra roba più o meno rock, che ascolto ancora oggi e costituisce una tangibile eredità di quel periodo.

La notte era il mio regno: non dormivo mai. La discoteca fu gradualmente sostituita dai locali della scena alternativa, che altro non erano se non discoteche che passavano musica rock, frequentate generalmente da tossici, punkabbestia e teppa di vario tipo.

Provavo rabbia contro tutto: contro l’università, contro il sistema, contro quell’amore finito. Non riuscivo a trovare il mio posto nel mondo, e quindi quel mondo, lo volevo distruggere. Mi riempivo la bocca di parole come anarchia e rivolta, più per giustificare i danneggiamenti verso le proprietà private altrui in cui mi abbandonavo piuttosto che per un’onesta adesione intellettuale.
Un mio amico e compagno di avventure di quegli anni epici mi ha detto recentemente: “Il te di 15 anni fa ti ruberebbe lo stemmino della Mercedes“. A parte il fatto che non ho una Mercedes, e che la casa auto tedesca ha comunque imparato a non mettere più quei ridicoli stemmini a forma di mirino sul cofano, credo che abbia ragione.

Come ero stupido in quegli anni! Eppure la mia rabbia aveva in sé qualcosa di poetico e puro. Mi sentivo libero e leggero, mi sentivo il solo padrone di me stesso. Come si cambia negli anni, quando la personalità adulta si è finalmente strutturata e comincia a confrontarsi proprio con ciò che un tempo faceva più ribrezzo del mondo dei grandi: una busta paga insufficiente, un mutuo pesante, la necessaria gestione del risparmio e della contabilità domestica…
Mostratemi un giovane conservatore e io vi mostrerò qualcuno senza cuore. Mostratemi un vecchio liberale e vi mostrerò qualcuno senza cervello“. [7]

Arrivò il compleanno dei miei 20 anni e fu, naturalmente, epico. C’era un sacco di gente, molta della quale non la conoscevo quasi per nulla. In breve tempo ero ubriaco e molesto.

Tra gli invitati c’era una ragazza dell’università, che mi era sembrata interessante fin da subito, e che provai a baciare (secondo altre fonti invece la baciai proprio), il che sarebbe stata una cosa del tutto positiva se solo quella ragazza non fosse stata fidanzata. Così il lunedì successivo decisi di chiederle scusa e riaccompagnarla a casa dopo le lezioni. Chiacchierammo tutto il tempo e fu l’inizio di una bella amicizia. Un’amicizia breve, perché in pochissimi giorni ci baciammo – questa volta da sobri – e passammo in breve tempo ad essere amanti.

Questa situazione andò avanti molti mesi, tra addii, giuramenti di amore eterno, litigi, scuse, discussioni, lettere e telefonate di ore nel cuore della notte. Molte volte troncammo per il bene di tutti, ma non riuscivamo a stare lontani e dopo pochi giorni eravamo sempre punto e a capo. La nostra passione era potente, eccessiva, inarrestabile e ci portava spesso al confine degli atti osceni in pubblico luogo. Ma eravamo così: incoscienti, liberi, immaturi. Gatti randagi, senza altri padroni che l’istinto del momento.

Sarebbero moltissime le cose degne di essere raccontate di quel periodo di opposti estremi, di felicità perfetta e perfetti pianti, di inferno e paradiso. Forse un giorno ci scriverò un racconto.

Alla fine lei scelse me, ma il destino reclamava ancora tempo prima di lasciar sbocciare del tutto quella storia, e così una sera, a causa di una buca sulla strada persi il controllo del motorino sul quale viaggiavo. La caduta fu rovinosa, ma grazie al casco integrale (completamente abraso contro l’asfalto!) non ebbi conseguenze gravi, salvo una brutta frattura scomposta di tibia e perone.

L’ospedale fu un’esperienza lunga e densa di eventi: il trauma della trazione, i dolori, i sonni agitati e febbricitanti, l’infermiera venticinquenne che mi lavava -con mia grande gioia mista ad imbarazzo-, la potente smania di fumare, il valium, l’operazione, la morfina postoperatoria che trasformava la realtà in un dolce sonno confuso e che non vollero ridarmi una volta esaurita la flebo a palloncino, la comica ricerca di pochi minuti di intimità con la mia ragazza che mi veniva a trovare…

Io fui dimesso e lei partì alla volta dei suoi parenti fuori regione, dove sarebbe rimasta per tutto agosto. Al suo rientro a settembre il nostro rapporto fu ufficializzato. La nostra storia finalmente poté fiorire, lei mi fu accanto nei mesi duri della riabilitazione, mi aiutò a preparare gli esami sui quali ero rimasto indietro e a rimettermi in pari. Rimase al mio fianco per molti anni ancora.

Gli anni dell’università avanzavano, il mio periodo punk gradualmente finiva. Le notti brave erano sempre più rare, sostituite dalle nottate sui libri, i compagni di studi diminuivano – decimati dagli esami – e io mi trovavo sempre più adulto. Esploravo nuovamente la mia Viareggio. La mettevo a nudo per lei, che veniva da fuori, e così i posti di sempre diventavano nuovi anche per me.

L’università giungeva al termine e io decisi di svolgere la tesi di laurea magistrale in un laboratorio privato, cosa che mi introdusse all’orrido mondo del lavoro e al distopico universo aziendale, nel quale sono tuttora invischiato. Ma questa è un’altra storia…

[1] Francesco Guccini, Eskimo, 1978
[2] Sue Townsend, Il diario segreto di Adrian Mole – Anni 13 e 3/4, 1982
[3] Enrico Brizzi, Jack Frusciante è uscito dal gruppo. Una maestosa storia d’amore e di «rock parrocchiale», 1994
[4] John Frusciante: chitarrista dei Red Hot Chili Peppers dal 1988 al 1992 (e poi successivamente dal 1998 al 2009)
[5] Bill Lawrence, Scrubs – Medici ai primi ferri, 2001-2010 (anche se noi fans la nona stagione non la consideriamo!)
[6] Gabriele Levantini, Miriordo (un amarcord di provincia) – Parte 2: Tra la via Aurelia e il West, 2018
[7] Citazione erroneamente attribuita a Winston Churchill.

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