Passaggio

Dalla finestra socchiusa entrava l’aria salata della baia. La mattina era ancora fresca, mossa appena da una brezza gentile, ma già il sole si stiracchiava e presto avrebbe mostrato la sua forza. In lontananza un veliero contro l’orizzonte. Chissà da dove veniva, chissà dove andava.

Theo osservava il mare, come il giorno prima, come sempre. Osservava e sognava, dalla finestra della sua grande camera. La voglia di partire cresceva attorno al suo cuore come un’edera.
Il mare era grande, era infinito e magnifico e terribile. Era tutto ciò che un ragazzo poteva volere: scoperta, avventura, lotta. Era la risposta alle domande che non riusciva a formulare, era l’unico modo di perdersi per potersi ritrovare. L’iniziazione. Il rito di passaggio che tutte le società in tutti i tempi usano per sancire il termine dell’infanzia e l’inizio dell’età adulta.

In quel pianeta liquido, dove la luna si mostra nuda e la notte ti punta il coltello alla gola [1] avrebbe potuto dimostrare di essere uomo. Forse una volta in Guyana si sarebbe fatto tatuare il simbolo della sua nuova vita.

L’orizzonte senza fine avrebbe dissetato la sua timorosa voglia di solitudine e la sua instancabile sete di esplorazione.
La natura gli avrebbe mostrato i suoi denti aguzzi e i suoi abissi e la sua forza primordiale sugli elementi confermandogli che il mondo è grande e ostile e che lui, finalmente adulto, è in grado di tenergli testa.

Non temeva niente e nessuno: né il lavoro, né i pirati né le vertigini di un sole impietoso. Non era intimidito dalle notizie lontane della Rivoluzione contro il re né si lasciava spaventare dagli inglesi che bramavano conquistare quelle isole tropicali. Quel mondo noioso non rientrava tra i pensieri, apatici a questi problemi troppo grandi per lui. Pensava piuttosto alle belle indigene e alle olandesi e alle inglesi e alle spagnole e alle negre e alle creole di quelle isole deliziose. Non tutte, ma sicuramente molte di loro avrebbero ceduto alla sua giovinezza sfrontata e coraggiosa, alla sua educazione francese e al suo sguardo azzurro come il mare della Guadalupa. Non poteva essere altrimenti. Come nei romanzi d’avventura che gli riempivano la testa, si immaginava le scene d’amore con quelle bellezze esotiche e quelle di la lotta contro i loro uomini traditi e gelosi.

Il suo spazio era là fuori, non certamente in quella casa ombrosa e pigra che che ormai gli stava stretta.

Vieni, Theo! E’ ora di fare lezione di latino!” – dal salone della villa il dovere chiamava.

Certo, madre! Arrivo!” – Theo chiuse la finestra e mise la giacca sopra la camicia vaporosa.

Là fuori il mare misterioso brillava sotto il sole torrido delle Antille, ricolmo di quelle avventure che il salone della villa chiudeva fuori, ma che affollavano notte e giorno il cuore adolescente di Theo.

[1] Fabrizio De André, Crêuza de mä, 1984

RACCONTO PARTECIPANTE AL CONCORSO “LA CITTA’ DI MUREX” III EDIZIONE – 2018

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