Miriordo (un amarcord di provincia) – Parte 2: Tra la via Aurelia e il West

La linea d’ombra: la nebbia che io vedo a me davanti… Per la prima volta nella vita mia mi trovo… A saper quello che lascio e a non saper immaginar quello che trovo” [1]

Dopo l’alba radiosa della mia infanzia felice si affacciarono le prime nuvole della preadolescenza.
Avevo ricevuto un’educazione classica e piuttosto rigida, una buona formazione religiosa e una robusta spinta intellettuale. Tutte cose molto positive, delle quali oggi ringrazio la mia famiglia, ma che dagli 11 anni in su, uniti alla mia indole riflessiva e sensibile, contribuirono a rendermi un ragazzino un po’ sfigato. Inoltre non avevo mai praticato sport, pertanto ero impacciato rispetto ai miei coetanei fighi che da anni facevano calcio.

Mentre gli altri giocavano a FIFA, io partecipavo a concorsi letterari, ascoltavo i cantautori e leggevo romanzi. Ero meno popolare e, in parte, io stesso mi isolavo da un ambiente che non mi quadrava del tutto.

Fortunatamente, la mia infanzia serena mi aveva donato una certa sicurezza in me stesso, non disgiunta da una buona dose di testardaggine che permane ancora oggi, il che mi permise di superare bene gli anni difficili delle scuole medie.

Eppure qualcosa ribolliva in me, la mia personalità adulta [2] scalpitava e non riusciva a uscire, intrappolata in una mente ancora bambina. Così il senso di attesa riempiva i lunghi pomeriggi nei quali contemplavo dalla finestra il paesaggio cittadino, come a cercare risposte alle molte domande che avevo dentro.

Fu anche l’età della scoperta della città. Non so se a quell’epoca Viareggio fosse realmente più sicura di oggi oppure se fosse diversa solamente la percezione che la gente ne aveva. So però che non c’erano cellulari, che si usciva da soli a piedi o in bicicletta, senza soldi e senza una meta. Uscivo dopo pranzo e tornavo prima di cena, come tutti gli altri ragazzini, e nessun adulto era in ansia per le nostre vite. La Pineta di Ponente, il grande parco urbano di Viareggio, era il cuore del nostro regno. D’estate, quando era consentito star fuori da soli anche dopo cena, lo attraversavamo di notte, senza grandi paure. Cosa che in effetti sarebbe oggi poco raccomandabile.

Viareggio era bellissima. Ogni piccolo angolo era una scoperta epica, ogni strada che visitavo con gli amici era nuova. La città era un’esotica giungla urbana che noi, coraggiosi esploratori, conquistavamo centimetro dopo centimetro.

Dalla via Aurelia al West… era tutto per noi: l’immensa, torrida distesa urbana era la nostra prateria infinita. Eravamo pionieri e coloni di una terra ancora vergine.

Credo che quel senso di scoperta e di indipendenza abbia contribuito non poco a trasmettermi l’amore viscerale per il viaggio che ancora oggi mi vince. O forse furono piuttosto tutti i grandi e piccoli viaggi fatti da piccolo con i miei genitori che mi insegnarono l’amore per i paesaggi nuovi, e fu quell’amore a rendere così epiche le mie prime esplorazioni urbane.

Apprendevo tutto: a scuola e, soprattutto, fuori da scuola. Ogni cosa mi insegnava: la professoressa sessantottina che cercava di formarci una coscienza critica, le botte con gli altri ragazzini, le partite di pallone all’oratorio, le canzoni, i libri, le amicizie, i rifiuti… ero un vulcano pronto a esplodere.

Alla fine delle scuole medie avevo fatto tre esperienze fondamentali: la prima birra, la prima sigaretta e il primo bacio.

La prima birra in realtà non era la prima, perché in casa avevo potuto assaggiare piccole quantità di alcol sotto la supervisione degli adulti, convinti così di togliermi questa malsana curiosità. Era un’idea piuttosto comune, a quei tempi.
Il comprare e bere una birra da solo, senza il permesso di nessuno, era invece un atto di radicale rivendicazione del mio io. Una ribelle dichiarazione d’indipendenza, antefatto della vera rivolta adolescenziale che sarebbe arrivata qualche anno dopo.

La sigaretta fu invece un’iniziativa completamente nuova. Amara, sgradevole e tossica, come la vita degli adulti, mi fece sentire grande e a disagio al tempo stesso.

Il primo bacio infine fu un’esperienza curiosamente intensa e positiva. Prima di allora c’era stato solo un bacio a stampo con una ragazzina sfuggente, ma mai uno “da grandi“, “alla francese“. Quel breve episodio, goffo e imbarazzato, ebbe una carica emotiva talmente elevata che ancora oggi lo ricordo con dolcezza.
Il mio primo contatto con l’universo femminile, che tanto avevo bramato e sognato. E che poi rimase a lungo un caso isolato, essendo io a quell’epoca abbastanza impacciato in questo campo.

Diciamo che poi gli anni seguenti furono in buona parte segnati dall’ossessione per quel mondo così strano e inaccessibile, che solo alla fine delle superiori e poi all’università divenne finalmente un terreno per me assai più familiare. Come avviene quasi sempre, ero io stesso – che mi sabotavo più o meno inconsciamente per le mie insicurezze – la principale causa dei miei insuccessi.

Gli anni delle superiori segnarono un’evoluzione personale più lenta ma continua. Cercavo i miei spazi e la mia identità in modo empirico, per tentativi. La costruzione delle amicizie fu il più bel fiore di quell’adolescenza, e il suo profumo ancora si spande da tante persone con le quali sono rimasto in contatto, nonostante gli ostacoli della vita.

Dopo i primi anni, relativamente tranquilli – considerando che ero un adolescente – sbocciò finalmente in me il seme della rivolta, la fame di me stesso, la volontà di impormi al mondo e sul mondo.

Le molle di questo passaggio furono i miei lavori stagionali da aiuto bagnino e la scoperta della vita notturna che si trasformò presto nella conquista di due nuovi mondi: la discoteca e l’alcol. Ripensarci oggi mi fa un po’ ridere, ma stiamo parlando dei primissimi anni 2000, probabilmente il periodo di maggior successo per questo tipo di movida. Era “un mondo a sé, primitivo, selvaggio. Un mondo che seguiva leggi basilari, senza alcuna sovrastruttura.” [3] Ero libero, finalmente. Potevo fare qualsiasi cosa, ero io, solo nel mondo.

In quel periodo feci qualche piccola esperienza con l’altro sesso, tragici contatti immaturi che assumevano sempre la connotazione di meccanismi che non riuscivo a capire bene, e che non fecero altro che aumentare la mia curiosità verso quelle strane creature. Nella mia mente ancora ingenua l’immagine della donna era ancora legata a quella infantilmente erotica del gioco della bottiglia. Quello stupidissimo passatempo trash per feste adolescenziali di cui esistevano numerose varianti, ma che grossomodo consisteva nel mettersi in cerchio intorno a una bottiglia che roteava a mo’ di lancetta e baciare la ragazza che veniva indicata da essa (ma poteva essere anche un ragazzo – schifussssssss!!! – penalità che capitava di dover pagare).

Il picco di questa fase di rivolta sempre meno incompiuta e sempre più palese fu il compleanno dei miei 18 anni. Una serata epica, naturalmente in discoteca, e della quale ho ricordi sfumati, anche grazie a quella che fu la mia prima canna e che mi regalò un giorno dopo sonnolento e confuso.

Ero me stesso e potevo diventare qualsiasi cosa, potevo essere chi volevo.

Arrivò così l’estate dell’università e decisi di abbandonare le velleità umanistiche e intraprendere una solida facoltà scientifica, che mi avrebbe aperto la strada a una carriera redditizia. Così seguii la mia inclinazione per la chimica e partii verso nuove praterie.

Pisa era bellissima. Ogni piccolo angolo era una scoperta epica, ogni strada che visitavo con gli amici era nuova. La città era un’esotica giungla urbana che noi, coraggiosi esploratori, conquistavamo centimetro dopo centimetro.

Dalla via Di Mezzo al West… era tutto per noi: l’immensa, torrida distesa urbana era la nostra prateria infinita. Eravamo pionieri e coloni di una terra ancora vergine.

Continua nella Parte 3…

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[1] Jovanotti, La linea d’ombra, 1997
[2] Teoria della Psicologia Evolutiva di Giulio Cesare Giacobbe
[3] Gabriele Levantini, Discoteca, 2017

2 pensieri riguardo “Miriordo (un amarcord di provincia) – Parte 2: Tra la via Aurelia e il West

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