Controllo

Il volante dava un’idea di leggerezza e resistenza che ben rappresentava la macchina, pensava Adam, stringendolo saldamente mentre l’auto correva all’alba sull’autobahn deserta. Il motore rombava a gran voce, mostrando al mondo la sua potenza, come un leone che ruggisce nella savana.

Era tutta una questione di controllo: il pilota era l’auto e l’auto era il pilota. Nessuna interruzione tra i due corpi, uniti in quell’orgasmo di energia e velocità. Un’intesa perfetta.
Per Adam, ingegnere meccanico di un’azienda automobilistica, il controllo era tutto e tutto era sotto controllo. Ciò che a un occhio inesperto sembrava casuale, lui lo poteva facilmente ingabbiare in algoritmi. Poteva ad esempio prevedere il numero di pezzi difettosi usciti dalla catena di montaggio, così da individuarli ed eliminarli, poteva studiare le tolleranze necessarie ad annullare la variabilità di processo, poteva predire quando sarebbe stata necessaria una manutenzione. Benedetta statistica!

L’auto divorava l’autobahn chilometro dopo chilometro. A 220 km orari, più che in altre circostanze, il controllo è fondamentale, e quello di Adam era perfetto. Conosceva i limiti e i piccoli capricci dell’auto e la spingeva con naturalezza fin dove sapeva.

Allora come mai aveva perso il controllo della sua vita? Come era potuto succedere che la sua compagna lo tradisse? Non era riuscito a cogliere in tempo i messaggi di lei, non era riuscito a inviare efficacemente i suoi. Eppure era sicuro di avere il controllo, di sapere cosa lei pensasse. Sapeva che era pazza di lui, altrimenti l’avrebbe notato. Come era potuto sfuggire un difetto così grave ai complessi algoritmi della sua mente?

Ossigeno, carbonio, idrogeno, azoto, calcio e fosforo, non c’è altro, nient’altro. L’uomo è semplice, misurabile, prevedibile. Come un pezzo meccanico. Gli schemi di pensiero sono noti, le modalità di comunicazione sono classificabili. Cosa diavolo era sfuggito? Perché la sua vita era in deriva, ormai fuori dallo schema di controllo?

260 km orari. La sua mente ripercorreva gli ultimi giorni, gli ultimi mesi. Doveva pur esserci una spiegazione. Tutto obbedisce a una logica, siamo noi che non siamo in grado di vederla.

Non avere il controllo significa essere persi, significa che tutto può succedere, e che noi non possiamo farci nulla. Perdere il controllo significa essere una nave senza timone, persa nel mare. Così si sentiva Adam adesso. Le sue certezze erano crollate, il suo mondo, che ieri era fatto di solido acciaio, oggi era solo cartone metallizzato. Ansia, paura, tristezza.

L’auto sfrecciava sull’autobahn deserta, ancora per qualche chilometro, prima della macchia d’olio non ancora segnalata. A bordo c’era un ingegnere meccanico, un uomo fatto di numeri e algoritmi, e di illusione di controllo. Avrebbe potuto facilmente calcolare la velocità al momento dell’incontro con la chiazza d’olio, la nuova traiettoria che la macchina avrebbe preso, l’energia d’impatto con il guardrail.
Avendo abbastanza dati, avrebbe anche potuto modellizzare la rottura delle componenti e ipotizzare facilmente l’esito letale dell’impatto.

Eppure l’auto correva contro un destino ignoto. A bordo una povera anima, spaventata da un mondo che ormai si era accorto di non poter controllare.

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