Il leone pigro e i suoi furbi fratelli

C’era una volta, nella savana africana, un piccolo gruppo di quatto leoni, fratelli fra loro. Il capobranco era Jelani un leone grosso e potente che incuteva paura a tutti. Gli altri tre erano al suo servizio.

Il peggior difetto di Jelani era la pigrizia; infatti passava le sue giornate sdraiato sull’erba a crogiolarsi al sole oppure a dormire all’ombra di un albero. I fratelli, spossati dalla lunga caccia dovevano sempre aspettare che Jelani avesse mangiato i pezzi migliori delle loro prede uccise da loro, prima di potersi dividere gli avanzi.

Passarono i mesi e gli anni e Jelani invecchiava diventando sempre più tirannico, pigro e debole, mentre i fratelli si mantenevano in forma con la caccia. Il loro odio nei suoi confronti cresceva sempre più. Un giorno, osservandolo poltrire si fecero coraggio ed escogitarono un piano per liberarsi finalmente di lui.

Il giorno dopo Jelani li vide tomare dalla caccia con molte più prede e con bocconi veramente succulenti.
Poggiate qua la roba! Devo vederla! – Ruggì con l’acquolina in bocca.
Poi si mise a borbottare fra se e sé:
Ah! Zebra. Buona la zebra! Questa me la prendo io! Oh, guarda questa piccola gazzella! Dev’essere proprio morbida e gustosa! Oh… un facocero! Mmm, quanto tempo è che non mangio un facocero! Ah, che bellezza un elefantino appena nato, preda rischiosa… ma gustosa! Mia!

Quel giorno Jelani si fece una grande mangiata e così anche nei giorni successivi, perché i fratelli gli portarono prede sempre più abbondanti e succulente. Col passare del tempo Jelani diventò via via più goffo e pigro finché gli cominciò a fare fatica perfino sollevarsi per mangiare e, se i fratelli gli lasciavano la preda a pochi metri brontolava.

I tre fratelli si resero conto che il loro piano aveva funzionato a meraviglia. Quando quella notte scapparono il silenzio nella fitta oscurità della savana era interrotto solo dal russare del perfido, pigro tiranno.
Jelani fu svegliato dal rumore di un ramoscello spezzato da uno dei fratelli. Nel dormiveglia pensò fra sé e sé:
Dove vanno quei codardi? Fuggono?! Ora li inseguo e gli faccio vedere io!
Si alzò incerto sulle zampe, con gli occhi ancora semichiusi si guardò intorno e si disse:
Bah! Non ho voglia di inseguirli adesso… Poi tanto sono sicuro che torneranno: hanno troppa paura di me! E se non tornano, vadano pure al diavolo! Sono il leone più forte della savana, so badare a me stesso!
E ricadde velocemente in un sonno profondo.

L’indomani, convinto del ritorno dei fratelli, Jelani li aspettò tutta la mattina sotto l’albero. Passò l’ora di pranzo ed aveva una gran fame.
Venne il pomeriggio e finalmente si decise a cacciare da sé. Si alzò e si sgranchì le zampe provando a fare una corsetta goffa e lenta intorno all’albero, poi si lanciò contro una zebra che agilmente gli sfuggi.
Arrivò la sera. Non aveva cacciato nulla ed era stanco, affamato e con un gran mal di testa.

Dopo molti giorni trascorsi inutilmente a rincorrere le prede era sempre più stanco, debole e disperato. Nessuno cacciava più per lui ed era completamente digiuno. Le iene e gli avvoltoi gli giravano intorno. Jelani respirava a stento, piangeva piano, sotto il suo albero. Il suo regno era giunto alla fine.

Aveva fondato il suo potere sulla sua forza, ed era stato battuto con l’intelligenza e con il lavoro di squadra. Aveva trattato i suoi sudditi con durezza, e con durezza era stato ripagato. Non aveva mai affrontato la sua pigrizia, e ora questa era causa della sua morte.

Il giorno scivolava dietro l’orizzonte della calda savana, il giorno moriva. L’ultimo giorno di un vecchio tiranno.

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