Risveglio

La luce cominciava ad espandersi nell’aria, allungando le ombre, attraversando le mie palpebre chiuse, rivolte verso il cielo. Gli uccellini cantavano incessantemente. Creature fastidiose e irrispettose! Perché la loro giornata iniziava così presto? Perché volevano comunicarlo per forza al mondo intero? Il freddo della notte sembrava entrato fino alle ossa, faceva contrarre gli addominali e rimbombare il cervello. La rugiada era un gelido, umido tappeto che soffocava ogni cosa. Il mal di testa era come una morsa che stritolava il mio cranio. Un altro risveglio difficile.

Non era facile capire dov’ero, cosa era successo e quando. Stavo male. Volevo andarmene, ma non riuscivo ancora a muovermi. Incatenato in un dolore fisico e mentale.
Panico. Mi frugai confusamente: avevo ancora con me telefono e portafoglio, nessuna ferita evidente. Tirai un respiro di sollievo. Guardai la suite dove avevo trascorso la notte: una vecchia panchina di legno. Disgusto.
Frammenti di ricordi cominciarono ad affiorare, confusi, mescolati. Non ero ancora lucido, non potevo fidarmi del mio cervello intossicato.

Stomaco, reni e testa mi ricordarono che avevo bevuto e fumato. La nausea era ormai la mia fedele compagna, mi svegliavo sempre con lei al mio fianco. Mi alzai con grande fatica. Le gambe mi reggevano a stento, ma dovevo pisciare.
Era difficile, in piedi sulle mie gambe, rimanendo sveglio e senza sporcarmi, e infatti non riuscii nell’impresa. Poco male, era solo una piccola goccia in un vasto mare di vergogna.

Adesso mi sentivo un po’ meglio e potevo camminare verso casa. Respiro affannato, passo lento, battito accelerato e irregolare. Non ero del tutto sveglio. Ciondolavo sotto un sole crescente, sudavo ma non sentivo caldo. Guardavo l’erba sotto i miei piedi, coperta di orrida rugiada. Perché continuavo a farmi questo?
All’improvviso mi trovai di fronte a un bambino, stava raccogliendo un fiore. Lo prese dall’erba morbida, coperta di rugiada lucente e me lo porse, sorridendomi. Rimasi interdetto. Era una creatura aliena, del tutto estranea al mio mondo.

Alzai lo sguardo e vidi una donna.“Pietro, vieni qua! Lascia stare il signore!”. La mamma lo prese per mano e lo portò via. “Mi scusi!”. Mi guardò cercando di non mostrarmi la sua apprensione e si allontanò in fretta.
Era di una bellezza semplice e pulita, sembrava avere più o meno la mia età. In un’altra vita, forse in un universo più giusto, sarebbe potuta essere la mia ragazza, mia moglie, la madre dei miei figli.

Questi pensieri mi colpirono con inaudita violenza. Ebbi la chiara sensazione di aver capito qualcosa di importante.
Era come se fino a quel momento avessi sempre camminato in una caverna oscura, e poi all’improvviso avessi trovato l’uscita. Sarei stato accecato dalla luce, finché i miei occhi non si fossero abituati. Allora avrei cominciato a vedere sempre più chiaramente il mondo. Il riverbero del sole sull’acqua azzurra e cristallina di un lago alpino, le montagne verdi, la vallata. Piano piano sarei potuto arrivare anche a guardare il sole.
Mi ricordai che in un lontano passato anche io ero stato purissimo, come acqua cristallina, come quel bambino. Poi qualcosa era cambiato. Dolore, abbandono, rabbia. Eppure lui mi aveva sorriso, non aveva colto la mia oscurità. Forse sapeva che sotto questo mio guscio, si nascondeva in realtà un’anima non molto diversa dalla sua.

Il giorno nasceva, la vita ricominciava. Ad attendere me invece solo un sonno disordinato. Buio.
Non era quello che volevo. Capii che questo pensiero covava in me da tempo, era cresciuto senza però mai trovare una via d’uscita.
Fino a quel momento. Adesso ero sveglio.

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