Fuga

L’odore pungente dell’hashish si espandeva piano piano nella stanza. Ne scaldavo un pezzetto con l’accendino e poi lo sminuzzavo schiacciandolo e rotolandolo tra le dita. Mescolai con il tabacco quelle briciole scure e misi tutto nella cartina. Un filtro ricavato dal biglietto del treno, rollai, accesi. Buttavo fuori lentamente il fumo denso e abbondante. Volteggiava nel sole mattutino che filtrava dalle veneziane socchiuse. Avevo la sensazione di essere nell’ovatta. Tutto mi sembrava più morbido, più gentile, più rilassato. Era un grande aiuto per superare il freddo vuoto della giornata. Passai la canna a Roberta, che nel frattempo si era rivestita. Com’era bella, eppure non riuscivo a legarmi a lei.

Domani non ho lezione all’università, potremmo fare una bella passeggiata.”, disse lei. “Cosa vuol dire “domani”? Domani vedremo, io non programmo”, risposi scocciato.
Sbuffò. “Non puoi continuare a vivere alle giornata, non sei più un ragazzino.” Il fumo aveva ormai rilassato la mia mente, la sentivo parlare come in lontananza, come il rumore di una pioggia che si avvicinava. “Cosa dovrei programmare? E perché poi? Nessuno sa cosa la vita gli riserverà”. La guardai distratto. “E’ vero, ma facendo così non vivi davvero, ti trascini. Tutti abbiamo bisogno di fare progetti!”. Mentre lei parlava nervosamente, io mi chiedevo quale fosse lo strano meccanismo chimico per il quale i cannabinoidi avevano meno effetto sulle donne. “Sei tu che non vivi”. La chiusi lì, feci una doccia e me ne andai. Uscendo le lanciai uno sguardo, non sembrava serena.

Simona mi aspettava per pranzo, così mi feci un riposino e resistetti alla fame chimica che cominciava a bussare alla mia testa.
Mi accolse con la sua solita gioiosa energia. Mangiammo una pizza che aveva comprato sotto casa. Il bello delle città universitarie è che sono piene di localini economici. Non c’è alcun bisogno di programmare nulla. Lei chiacchierava di cose che non mi interessavano, io annuivo. Sapevo che era il prezzo che dovevo pagare prima di andare finalmente in camera. Com’era bella, eppure non riuscivo a legarmi a lei.

Eravamo distesi uno accanto all’altra, in un silenzio perfetto. Lei volle rovinare tutto. “Cosa ti rende felice?”, disse. “Niente”. “Come niente?”, si rabbuiò “Adesso non sei felice?”.
“Che cosa è la felicità? Cosa significa per te essere felice?”, le chiesi mentre rollavo una canna con tutta calma. “Non so spiegarti cosa sia, però posso dirti che io lo sono. Anzi, lo ero…”. Non capivo bene cosa l’avesse rattristata, ma non mi importava. La giornata tutto sommato stava scorrendo bene. Un caffè mi avrebbe riattivato più tardi, ma adesso avrei riposato un po’, tra la bambagia che avevo buttato nella mia mente attraverso i polmoni.

Quella sera mi vedevo con Francesca. Cenava con la sua coinquilina, poi finalmente sarebbe stata solo mia. Arrivai con qualche minuto di anticipo e attesi sotto casa sua. Giusto il tempo di mandare un messaggio alla ragazza spagnola incontrata alla festa dell’altra sera. Queste Erasmus vogliono divertirsi, e io pure. Godermi la vita nell’esatto momento in cui accade e non pensare ad altro. Tanto non c’è niente che valga la pena.

Incrociai sulle scale la coinquilina che usciva di casa, in compagnia di un ragazzo. Francesca mi aspettava appoggiata alla ringhiera, salendo le scale mi divertivo a guardarle sotto la gonna. Sapevo che lei lo notava e che piaceva anche a lei.
Non ci fu tempo sprecato: un saluto, il suo sguardo da pantera ed eravamo nel letto. Com’era bella, eppure non riuscivo a legarmi a lei.

Mi guardò dritto negli occhi, con insolita intensità. Sapevo che avrebbe detto qualcosa di sbagliato, che avrebbe infeltrito il morbido cotone che circondava il mio mondo, non era nuova a questi giochetti. Tra le mie amiche era la più spontanea e, forse per questo, anche la più emotiva.
Ti amo”. Questa volta mi sorprese davvero, non le risposi subito. “Anche io tengo a te”, le dissi infine. Mi sentivo schiacciato e violato da tanta invadenza. La mia risposta l’aveva ferita, ma era solo colpa sua.
Cosa sono io per te?”, mi guardava con gli occhi gonfi. “Un’amica”. Si stava agitando. “Cosa significa che ci tieni? Cosa provi?”. Non capivo quell’improvviso interrogatorio. “Mi piace quando ci vediamo”.
Di solito mi fermavo a fumare con lei, ma non quella sera. Né le successive. Da quella sera non fumammo più insieme. Come sono strane le donne! Alla fine non mi dispiaceva troppo, il mondo era pieno di belle ragazze.

Feci una passeggiata e mi preparai a fumare da solo. Ero seduto su una panchina, nel chiaro della sera. Il tempo di tornare a casa e sarei scivolato in un sonno rilassato e tranquillo, sotto morbide coperte, in un mondo ovattato. Pace, fino al violento arrivo di una nuova, monotona giornata.
D’un tratto vidi passare Claudia. Era in compagnia di un ragazzo che non conoscevo. Ogni volta che la vedevo, entravo in uno stato di ansia. Com’era bella, la odiavo tanto.

La odiavo perché un giorno all’improvviso se ne era andata portandosi via tutti i miei progetti, la mia felicità, il mio cuore. Mi aveva lasciato solo, in un mondo di cui non mi importava più nulla.

Mi sentii all’improvviso solo. Cercai subito sul cellulare il contatto della ragazza della festa. L’avrei portata a bere una birra. Se me la fossi giocata bene, avrei sicuramente goduto della sua compagnia. Poi sarei tornato a casa solo, come sempre.

Avrei sognato una ragazza speciale che tornava da me riportando i miei progetti, la mia felicità e il mio cuore. 

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